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In questa sezione riportiamo le notizie più recenti relative al problema AIDS.

Puoi aiutarci se vuoi! Se sei in possesso di qualche articolo appena uscito su tale tema invialo al responsabile dell'area informativa: Davide.
Se poi vorrai potrai diventare un nostro VIRTUAL EDITOR per sapere come fare, contatta la nostra Redazione.

SCENDONO I PREZZI DEI FARMACI GENERICI, MA RESTANO ALTI QUELLI DEI NUOVI A CAUSA DEI BREVETTI

 

Roma/Kuala Lumpur – Il prezzo dei farmaci antiretrovirali (ARV) di prima e seconda linea sta diminuendo a causa della maggiore competizione tra produttori di generici, ma i farmaci di nuova generazione continuano ad avere prezzi astronomici, secondo quanto rilevato dall’organizzazione medico umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF), nel rapporto annuale “Untangling the Web of ARV Price Reductions”, presentato oggi durante la Conferenza Internazionale della AIDS Society a Kuala Lumpur.

 

“Il fatto che il prezzo di alcuni farmaci essenziali per la cura dell’HIV stia scendendo grazie alla competizione dei generici è una buona notizia ma i ritrovati di ultima generazione hanno prezzi ancora troppo alti”, spiega Jennifer Cohn, responsabile medico della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF. “MSF ed altre organizzazioni hanno bisogno di utilizzare cure più recenti per i pazienti che hanno esaurito ogni altra opzione, ma i brevetti tengono i prezzi fuori portata. Dobbiamo anche tenere d’occhio i nuovi farmaci che entreranno nel mercato nei prossimi anni perché sono proprio i farmaci che avremo bisogno di utilizzare rapidamente. La questione del prezzo è lontana dall’essere risolta”.

 

Con l’entrata in campo, lo scorso anno, di un più ampio numero di produttori prequalificati, il “miglior prezzo” della combinazione di prima linea raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) (tenofovir,lamivudina ed efavirenz contenuti in una sola pillola in dose fissa da assumere una volta al giorno), è sceso del 19% in un anno (da 172$ a 139$ per persona all’anno), e alcuni paesi sono stati in grado di spuntare un prezzo ancora più basso attraverso ordini di grande volume. Allo stesso modo, con l’emergere di nuovi produttori generici, i prezzi dei due farmaci principali utilizzati nel trattamento di seconda linea -atazanavir/ritonavir e lopinavir/ritonavir – sono diminuiti entrambi del 28% rispetto allo scorso anno: oggi la combinazione di seconda linea più conveniente (zidovudina/lamivudina + atazanavir/ritonavir) costa 303$ all’anno.

 

Tuttavia, la competizione dei generici sui farmaci di ultima generazione, tra cui nuove classi di antiretrovirali fondamentali come gli inibitori dell'integrasi, è in gran parte bloccata a causa di brevetti. Come risultato, questi sono di gran lunga più cari. Il miglior prezzo possibile di un trattamento di salvataggio per le persone che non hanno più giovamento da quello di seconda linea (raltegravir + etravirina + darunavir + ritonavir) è 2.006$ all’anno nei paesi più poveri, circa 15 volte il prezzo di un trattamento di prima linea. Alcuni paesi, tuttavia, pagano molto di più: Tailandia e Jamaica pagano 4.760$ e 6570$ rispettivamente solo per il nuovo farmaco darunavir; il Paraguay paga 7.782$ per il solo etravirina e l’Armenia 13.213$ per il solo raltegravir, solamente uno dei tre o quattro farmaci necessari per un trattamento completo.

 

Garantire l'accessibilità ai nuovi farmaci è anch’essa una priorità. Esperti rilevano che farmaci più efficaci e ben tollerati, come l’inibitore dell'integrasi dolutegravir, potrebbero in futuro essere utilizzati per migliorare i trattamenti di prima o seconda linea, rendendo l'accesso a prezzi accessibili a questi nuovi farmaci ancora più urgente.

 

“Aumentare il numero di persone sotto trattamento per l’HIV e sostenerle per tutta la vita dipenderà dalla diminuzione o meno del prezzo dei nuovi farmaci”, afferma Arax Bozadjian, farmacista, Campagna per l'Accesso ai Farmaci di MSF. “Oggi, non esistono alternative generiche di qualità garantita per la grande maggioranza dei nuovi farmaci antiretrovirali. I prezzi, soprattutto nei paesi a medio reddito, sono una delle principali preoccupazioni. I termini degli accordi di licenza volontari esistenti non sono abbastanza buoni, la maggior parte di essi non contengono norme a favore della salute pubblica, e la maggior parte dei paesi a medio reddito sono esclusi da questi accordi, il che limita l'accesso di questi paesi a trattamenti di cui hanno estremo bisogno”.

 

“Nella nostra clinica di Mumbai, sempre più pazienti hanno bisogno di nuovi e costosi farmaci antiretrovirali, ma noi non possiamo permetterci questi prezzi a lungo, né può il governo”, dichiara Leena Menghaney, direttore della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF in India. “I paesi devono affrontare il problema dei prezzi elevati dei farmaci, facendo in modo che i brevetti ingiustificati non vengano concessi, e rilasciando licenze obbligatorie quando i farmaci hanno prezzi fuori dalla portata in modo che possano essere prodotte le versioni generiche più economiche”.

 

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MSF fornisce attualmente terapie antiretrovirali a 285.000 persone in 21 paesi.

Con il sostegno di UNITAID, MSF sta cercando di confrontare e dimostrare la fattibilità della decentralizzazione del monitoraggio di routine della carica virale, attraverso una ricerca operativa comparativa in sette paesi dell'Africa sub-sahariana.

UCRAINA, IL VIRUS HIV ORMAI E’ UN'EMERGENZA NAZIONALE

L'Ucraina è il paese europeo con il più alto numero di contagiati: 230 mila persone convivono con il virus su 46 milioni di abitanti

 

L'Organizzazione mondiale della sanità lo dice da tempo, non certo da ieri: in Ucraina è in corso una delle peggiori epidemie del virus Hiv della storia.

 

Ieri a Kiev c'è stata una manifestazione della rete dei malati. Sono 44.000 secondo alcune stime gli ucraini che rischiano la vita quest’anno.

 

"Questa malattia non sta uccidendo solo il presente della nostra nazione, ma anche il suo futuro" ha detto a Euronews Volodymyr Zhovtyak, il coordinatore della rete dei malati di Aids in Ucraina.

 

L'Hiv non è l'unica piaga del paese: sono in aumento i malati di tubercolosi ed epatite. "Non ho i soldi per curarmi, onestamente. Ho fatto esami, sentito i pareri di vari dottori e tutto quello che offrono sono cure palliative” dice una giovane malata di epatite C. Non si nemmeno con precisione quanti fondi abbia stanziato il governo per le cure ai malati. Martedì scorso il governo non è riuscito a chiarire la questione del fabbisogno finanziario. Quello che è certo è che servono altre risorse.

 

Le aree proporzionalmente più colpite sembrano essere quelle di Odessa e Dnipropetrovs’k. Dei quasi 60.000 nuovi casi registrati in Europa Orientale (oltre il doppio di quelli registrati in Europa occidentale) circa il 25% sono causati da trasmissione per via sessuale tra eterosessuali e per gli altri 25.000 casi a cause non identificate ufficialmente. Il numero di nuovi contagi è in continuo aumento di anno in anno e nel tempo il virus si è diffuso anche tra gli omosessuali, i tossicodipendenti e le prostitute.

UNA BAMBINA GUARISCE DALL'HIV, GRAZIE A UN COCKTAIL DI FARMACI.

Una bambina di due anni e mezzo nata con l'Hiv sembra essere stata guarita grazie all'impiego in tenerissima età di un cocktail di farmaci comunemente usati nella cura del virus negli adulti. La piccola, originaria di una regione rurale del Mississippi, negli Stati Uniti, non assume medicinali specifici da circa un anno e per il momento non dà sintomi di alcun ritorno dell'infezione.

Se le sue condizioni restassero queste si tratterebbe del secondo caso al mondo di guarigione e del primo ottenuto utilizzando un insieme di comuni farmaci anti-Hiv anziché il costoso e radicale ciclo di cure contro la leucemia che nel 2007 salvò la vita di Timothy Ray Brown, il cosiddetto "paziente di Berlino" il cui sistema immunitario fu prima distrutto e poi rigenerato grazie a un trapianto di cellule da un donatore con una rara mutazione genetica che lo ha reso resistente al virus dell'Hiv.

«Questa è un primo abbozzo di dimostrazione che l'Hiv può essere curato nei bambini», ha dichiarato la dottoressa Deborah Persaud, una virologa della Johns Hopkins University di Baltimora, che ha presentato il caso domenica a una conferenza ad Atlanta. Normalmente il virus viene tenuto a bada grazie alla continua assunzione di farmaci.

La bambina in questione, di cui non sono state rese note le generalità, è nata nel luglio del 2010 in un ospedale del Mississippi da una madre risultata positiva a un test dell'Hiv poco prima del parto. Non avendo la mamma ricevuto alcuna terapia prenatale contro la trasmissione del virus, la bambina era considerata ad alto rischio. Immediatamente trasferita in una struttura più attrezzata, la bambina ha iniziato a venir sottoposta a un cocktail di Azt, lamivudina e nevirapina a partire dalla trentesima ora di vita.

Le cure sono proseguite per 18 mesi e sono state interrotte per altri 10 quando la madre, per ragioni che non sono state spiegate durante l'illustrazione del caso, non ha più portato la figlia alle visite programmate. Quando lo ha fatto i medici sono stati sorpresi dalla scoperta che la piccola risultava negativa ai comuni test sanguigni per l'individuazione dell'Hiv. Sottoposta a tre test più sofisticati la bambina è risultata negativa al primo, mentre sono state individuati tracce del Dna e Rna del virus nel suo patrimonio genetico. Attualmente le sue condizioni vengono monitorate con attenzione, ma non le vengono somministrati farmaci perché quelli disponibili servono a impedire la replicazione del virus nel sangue e nel suo, al momento, non ci sono tracce di Hiv.

ARCIGAY: E' ORA DI CAMBIARE PASSO SU HIV-AIDS, AL VIA IL PROGETTO "PRATICHE POSITIVE"

Federico Sassoli, responsabile del progetto “Pratiche positive” finanziato dal Ministero del Lavoro, spiega quali iniziative intende prendere l’associazione nei prossimi mesi per la prevenzione dell’hiv/aids e per la lotta alla discriminazione delle persone sieropositive. A loro l’invito a collaborare con l’assocazione compilando un questionario anonimo on-line. Ecco perchè.

 

Che cosa è il progetto “Pratiche positive” di Arcigay?

 

Il progetto è ambizioso e ha l’obiettivo di esplorare la relazione del paziente LGBT nei confronti della struttura sociosanitaria, ponendo in rilievo eventuali esigenze e/o criticità connesse al proprio orientamento sessuale, identità di genere e stato sierologico.

Si pone anche l’obiettivo di individuare eventuali atteggiamenti discriminatori presenti nei confronti delle persone LGBT e HIV +.

Oltre a questo si cercherà di esplorare l’area delle credenze e degli atteggiamenti del paziente LGBT e del paziente HIV + relativamente alla propria identità sessuale, al proprio stato sierologico e al proprio ruolo in quanto paziente; del personale sociosanitario coinvolto all’interno di servizi sociosanitari relativamente all’orientamento sessuale, identità di genere, infezione da HIV e sulle relazioni medico-paziente.

Oltre alla fase di ricerca, esso prevede anche una fase di formazione rivolta a volontari dell’associazione ed operatori attivi nell’ambito della salute sui temi relativi all’ascolto, all’accoglienza e al rispetto delle diversità, in particolar modo quelle connesse alle tematiche dell’identità sessuale e della sieropositività. Lo scopo della formazione è fornire strumenti utili per orientare la persona all’interno del sistema sociosanitario e dei servizi nonché per porsi essi stessi in relazione con tale sistema, avviando pratiche virtuose di collaborazione, comunicazione, supporto e sussidiarietà.

 

Come primo step avete diffuso un questionario, ovviamente anonimo, e avete invitato le persone sieropositive a rispondere. Ma non esistono dati sul tema?

 

Dal 2008 al 2010 le ricerche Sialon ed EMIS hanno evidenziato una significativa prevalenza , all’interno della popolazione LGBT ed in particolare per gli uomini gay e bisessuali, dell’infezione da HIV. Le stesse ricerche hanno posto in evidenza come la maggiore o minore presenza di omofobia percepita e/o interiorizzata siano in stretta correlazione con la maggiore o minore presenza di comportamenti volti a tutelare la propria salute.

Da qui nasce l’esigenza di indagare il tema dell’omofobia e dell’esclusione delle persone LGBT in ambito sanitario nonché di approfondire quale sia oggi la percezione dei pazienti LGBT che si relazionano ai servizi sanitari ed in particolar modo a quei servizi che si occupano di HIV e quali risposte tali servizi forniscano all’utenza, individuando quali risorse possano essere messe in atto dal personale delle strutture e dalle associazioni per migliorare il benessere della popolazione LGBT in tali contesti. Arcigay, con il suo comitato di Bologna, è promotrice di una importante ricerca, HIVOICES, che ha indagato il tema della sieropositività in ambito LGBT ha portato importanti evidenze su quali possano essere i risultati di azioni di empowerment per le persone HIV+. È in quest’ottica che nel progetto sono stati coinvolti i maggiori esponenti del panorama LGBT italiano in materia di HIV (voglio ricordare tra gli altri Sandro Mattioli e Stefano Pieralli di Plus Onlus) e il nostro segretario Nazionale Michele Breveglieri.

 

Stanno arrivando le prime risposte, puoi anticiparci qualcosa?

 

Al momento non è possibile dare nessun tipo di anticipazione.

Posso dire che al momento sono circa 300 le persone che hanno compilato interamente il questionario, saremo in grado di dare i primi dati solo nei prossimi mesi dal momento che c’è bisogno di un campione ampio e diversificato per poter giungere ad una rappresentazione il più possibile fedele alla realtà che stiamo osservando.

 

Perché è importante partecipare?

 

Perché abbiamo poche informazioni sull’entità, i contesti, e le forme di discriminazione. Far emergere queste informazioni è il primo passo per poterle contrastare. Senza queste informazioni, è difficile realizzare proposte efficaci di contrasto. Inoltre, la discriminazione, se non viene fatta emergere, problematizzata e discussa, tende a perpetuarsi con maggiore facilità.

 

E’ anonimo?

 

Assolutamente sì

 

Quali saranno i passaggi successivi?

 

Oltre all’indagine in corso, prevediamo un’indagine sul personale socio sanitario e una fase di intervento formativo con operatori socio-sanitari e pazienti HIV+.

 

Concretamente che cosa si può fare per ridurre discriminazione e stigma?

 

Intanto partecipare e diffondere iniziative come queste. Quotidianamente dando l’esempio, non banalizzando o sottostimando il problema.

Dal punto di vista di enti, istituzioni e associazioni, diffondere, proporre e promuovere iniziative di sensibilizzazione, informazione ed educazione. Poi sono necessari interventi ad hoc nelle organizzazioni, come quello previsto nel progetto con gli operatori.

 

Si sente spesso parlare di un presunto immobilismo di Arcigay rispetto alla questione dell’hiv-aids. Cosa pensi al riguardo?

 

Che è una critica assolutamente condivisibile, e in questo senso stiamo facendo noi stessi una profonda autocritica. Ma c’è una ragione storica e culturale per questa difficoltà ad assumere come proprio e prioritario il tema HIV da parte di una grande associazione come Arcigay, ed è una timidezza mista ad imbarazzo che pervade l’intero movimento LGBT a nostro parere: parliamo della resistenza atavica, ancorata agli anni ’80 e ’90 probabilmente, ad associare omosessualità ed HIV/AIDS per evitare il doppio stigma nell’immaginario pubblico, con il risultato che in termini di prevalenza la nostra comunità è la più colpita, soprattutto sul versante maschile, ma allo stesso tempo non siamo oggetto di strategie di promozione della salute focalizzate sui nostri bisogni, né da parte delle associazioni LGBT (Arcigay inclusa) né tantomeno da parte delle istituzioni pubbliche.

 

Altrove, ormai, questa timidezza è superata ampiamente e istituzioni e movimento LGBT collaborano su strategie orientate agli specifici bisogni della comunità. In Italia siamo ancora agli albori di questa prospettiva, come sempre in ritardo. C’è molto da fare, ma se non sgombriamo il campo da quella timidezza e da quell’imbarazzo, non andremo da nessuna parte.

 

Arcigay ora è determinata a cambiare passo, non solo con questo e altri progetti mirati alla prevenzione, al test HIV, alla lotta alla discriminazione delle persone che vivono con HIV, ma più in generale con una maggiore e netta presenza politica sul tema HIV, che è un tema centrale tanto quanto lo sono l’omofobia, i diritti, la visibilità.

 

LA "BUFALA ITALIANA" DEL VACCINO CONTRO L'AIDS

1998: la ricercatrice dell'istituto superiore di sanità  Barbara Ensoli annuncia il vaccino contro l'Aids. Da allora sono stati stanziati decine di milioni di euro dallo Stato italiano per sostenere tale progetto. Ma di antidoti per debellare questa malattia neanche l'ombra

-Davide Pelanda- 6 febbraio 2013- «Dopo quindici anni di enormi risorse messe in campo e sperimentazioni in Italia e in Sudafrica  non ha prodotto il risultato sperato. L'ennesimo scandalo di Stato?».

E' una amara constatazione scritta da Robert Gallo, illustre direttore e e professore americano, nella prefazione al libro-inchiesta “Aids lo scandalo del vaccino italiano” (Feltrinelli editore pp 145 14 euro) scritto a quattro mani da Vittorio Agnoletto e Carlo Gnetti.

Certo è che, ricordando il ridondante annuncio fatto dai principali quotidiani italiani sul vaccino che avrebbe dovuto debellare la cosiddetta “peste del secolo” cioè l'Aids, di quel prodotto non vi è più traccia da nessuna parte.

Se fosse stato vero quel vaccino avrebbe certamente rivalutato i ricercatori italiani.  Ma leggendo questo agile volume si scoperchia, per merito degli autori e appunto di Robert Gallo si scopre che si è trattato di una delle più grandi bufale del nostro secolo.

Protagonista della vicenda è una ricercatrice, Barbara Ensoli, italiana ma con molti anni di esperienza all'estero negli USA, che improvvisamente passa agli onori della cronaca scientifica italiana per essere a capo del pool per il vaccino contro l'Aids, cosa che meravigliò anche il professor Gallo che oggi, nella prefazione scrive «Dopo il suo ritorno in Italia rimasi molto sorpreso  nell'apprendere (…) che Barbara fosse “a capo di un gruppo di ricercatori sui vaccini” e controllasse in qualche modo i finanziamenti. (…) Barbara non aveva mai realmente lavorato in immunologia, tantomeno sui vaccini. E in realtà aveva lavorato di rado sui vaccini».

Certo, come si sa, una tale scoperta importante come questa, se vera, avrebbe portato molto prestigio e carriera ad un qualsiasi ricercatore. Soprattutto se il suo nome rappresenta l'Italia. Si potrebbe dire che “è una questione di puro marketing, bellezza!”.

Ma come lo può essere un vaccino atteso da milioni di malati di aids? Come li si può far vivere nell'illusione? Certo, come spiegano i due autori nell'introduzione,, questo libro «risponde certamente ad una passione scientifica (…)  ma anche ad un moto di indignazione. Non potevamo assistere in silenzio ai proclami trionfalistici che da anni annunciano l'arrivo del vaccino italiano contro l'Aids con l'effetto di abbassare la soglia di guardia, di essere meno prudenti con la prevenzione e di innescare illusioni  fra le tante persone sieropositive che seguono con trepidazione quello che è ormai diventato un romanzo senza fine».

Altro protagonista silente è l'Istituto superiore di sanità cui i due autori, Agnoletto e Gnetti, si sono rivolti per un dialogo franco e sereno, per avere un riscontro o delle smentite su ciò che stavano scrivendo. Ma «ha rifiutato qualsiasi incontro finalizzato a interviste o richieste di chiarimento con la motivazione che la nostra  iniziativa sarebbe stata viziata da pregiudizi e intenti polemici».

Da parte degli autori «l'obiettivo era avere informazioni su un progetto importante per la collettività e finanziato  con soldi pubblici», soprattutto perchè, sottolineano gli autori, c'è una responsabilità etica personale che nessuno può cancellare, ma c'è anche un dovere di informazione e di tutela  di quella comunità sociale nella quale si svolge un ruolo tanto delicato quanto lo è quello di coloro che operano in campo sanitario, avendo come obiettivo il benessere collettivo. Il silenzio che sfiora l'omertà e quindi la complicità è una caratteristica alquanto diffusa nel nostro paese, ma non per questo meritevole di indulgenza».

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