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test-hivMaria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologica clinica, Virologia e bio-emergenza dell'Ospedale Sacco di Milano, spiega in un'intervista ad Affaritaliani.it il rischio Aids legato a una scarsa informazione preventiva e ai flussi migratori.

Maria Rita Gismondo, alcuni consiglieri lombardi parlano di numeri allarmanti riguardanti ai casi di Aids in Lombardia e non solo. A lei che cosa risulta?

C'è una grande allerta e preoccupazione ma in realtà legata alla crollo della sensibilità generale verso questa malattia. Un calo di attenzione dovuto a un traguardo positivo della medicina stessa e a una scarsa attenzione anche da parte dei media. La credenza popolare è che non si muore più di Aids ma questo non è vero. E' vero che si muore molto meno, ma ci sono tantissimi decessi dovuti alle conseguenze delle lunghe terapie che vengono magari annoverati come morti di tumore o di altre malattie e non si dice che la causa primaria è proprio l'Hiv.

 

Come mai c'è stato questo calo di attenzione generale?

Beh, non se ne parla più come un tempo. Pensiamo alla fine degli anni '80 e alla sensazionalità che c'era intorno al tema. Un giorno sì e l'altro pure i giornali avevano in prima pagina qualche morto di Aids. Ora invece l'attenzione dei media è calata molto. In tutti questi anni ho fatto anche parte della Commissione Nazionale Aids e devo dire che non ho notato un grande interesse al riguardo. Anzi, molte importanti campagne sono state frenate da ideologie filosofiche o religiose che guardano male tutto ciò che è prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse. La parola "preservativo" in Italia non si può nemmeno pronunciare... ma bisogna farlo con forza, a meno che non si voglia pretendere la castità.

Manca campagna informativa dunque?

Certamente. La problematica maggiore è che la maggior parte dei positivi si accorge di esserlo non nelle prime fasi, quando i sintomi sono molto più aggredibili, ma molto più tardi. La gente per propria convinzione non fa i test né i medici di base suggerisce di farli. E così ci ritroviamo con dati davvero preoccupanti. Solo in Lombardia tra il 30 e il 50% del totale dei pazienti positivi all'Hiv non sa di esserlo. Questo ha ovviamente una ricaduta negativa importantissima, perché queste persone possono potenzialmente continuare a contagiare altre persone con rapporti non protetti.

Di quante persone stiamo parlando?

Circa 5 mila persone. Lombardia, Lazio e Campania hanno il più alto tasso di Hiv positivi anche perché sono le regioni dove si fanno più screening. In altre regioni la percentuale di positivi inconsapevoli potrebbe essere anche ben più alta.

C'è un legame con i flussi migratori?

Purtroppo sì, un buon 25% della popolazione infetta rientra tra gli immigrati, soprattutto quelli più difficilmente controllabili e che difficilmente accedono alle terapie seguite con una certa disciplina. Il grosso problema è nei centri di accoglienza dove viene fatta poca campagna preventiva e pochi controlli. Bisognerebbe fare screening approfonditi, controllarli e informarli sulla prevenzione dal contagio, favorito dalla promiscuità di questi centri. Serve una forte campagna informativa perché ci troviamo di fronte a una potenziale bomba infettivologica.

Campagne e screening non vengono fatti per motivazioni economiche?

Se fosse così sarebbe un errore clamoroso. Uno screening costa davvero poco e soprattutto ha una ricaduta sociale ed economica decuplicata. Molti di questi sieropositivi poi accedono in forma gratuita a terapie molto costose. I benefici di una prevenzione fatta in maniera seria sarebbero dunque anche economici.

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