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In questa sezione sono presenti le ultime novità in materia di test diagnostici dell' infezione da hiv.

Indagini sempre più sensibili  e specifiche  vengono messe a punto nei laboratori di tutto il mondo e sono poste al servizio del paziente

TEST HIV: QUALE EFFETTUARE PER SAPERE SE SI E' SIEROPOSITIVI, ENTRO POCO TEMPO?

Secondo gli esperti l’estate è il periodo dell’anno durante il quale la sessualità viene vissuta con minori freni inibitori e con più facilità (APPROFONDIMENTO), risulta però elevato anche il numero di rapporti sessuali non protetti, che possono sfociare in gravidanze indesiderate, ma soprattutto in malattie sessualmente trasmissibili.

Tra queste, l’HIV rappresenta la patologia più aggressiva e anche se i dati epidemiologici diffusi dal Ministero della Salute, rilevano che rispetto a 20 anni fa, ci si ammala di meno, 1 individuo infetto su 4, non sa di essere sieropositivo.

In tal senso, tutti coloro che hanno avuto rapporti a rischio, si trovano a fare i conti con la paura di aver contratto il , interrogandosi sul tempo che dovranno attendere prima di sapere se sono stati infettati o meno.


Quindi, dopo quanti mesi, 2, 3 o 6, si può conoscere con certezza se gli anticorpi anti sono in circolo nel sangue e quindi si risulta positivi al test?

A rispondere è il dottor Massimo Galli, responsabile della III Divisione Malattie Infettive e Tropicali dell’Ospedale Sacco di Milano, secondo il quale, sono sufficienti 3 mesi per avere un quadro clinico chiaro.

Egli aggiunge, che i dati variano in base “all’intensità, alla modalità di esposizione al virus e a fattori individuali”, ma entro i primi 90 giorni è possibile avere una stima veritiera, se si effettuano test di quarta generazione, in grado di rilevare sia gli anticorpi anti HIV che l’antigene P24. Quest’ultimo, presente nel sangue tra la seconda e la quarta settimana dal contagio, non può essere identificato con test di prima, seconda e terza generazione, in quanto questi non registrano entro tempi brevi la comparsa dell’antigene, ma soltanto degli anticorpi.

 

METODOLOGIE DIAGNOSTICHE DELL'INFEZIONE DA HIV

La diagnosi di infezione da virus HIV si esegue mediante test sierologici (metodo ELISA e WESTERN BLOT) Con il metodo “ ELISA “ si ricercano nel sangue anticorpi contro il virus Hiv, tale ricerca viene eseguita mediante reazioni immunoenzimatiche che utilizzano come antigene il virus ottenuto da colture di linfociti, adeguatamente concentrato, purificato e inattivato. Il termine 'Elisa' è l'acronimo dell' inglese Enzyme Linked Immuno absorbent Assay, un metodo di analisi immunologica usato  in biochimica.

 

Infatti il sistema immunitario dell’organismo produce anticorpi per combattere l’HIV ,questi anticorpi però non sono in grado di annientare il virus e prevenirne la moltiplicazione, inoltre possono passare dai 3 ai 6 mesi dal contagio, prima che sia possibile evidenziarli. La durata di questo periodo, detto “periodo finestra” dipende da variabili individuali e in questo spazio temporale si avrà un test HIV negativo, anche se si è già stati infettati e c'è virus in circolo.

Siamo cioè in una fase in cui si è verificata l’infezione, ma la produzione di anticorpi non è ancora iniziata oppure gli anticorpi prodotti non sono ancora quantitativamente sufficienti per essere rilevati dal test.

 

Le persone che presentano anticorpi anti–HIV, positive al test, sono infette e possono trasmettere il virus ad altri individui, ma lo sono anche coloro che presentano virus circolante nel sangue senza ancora essere positivi al test e che si trovano quindi nel “periodo finestra”.

 

La sensibilità del test di screening all’HIV (metodo ELISA) supera il 99,9%. Ciò nonostante prima che un test “ELISA” risultato positivo, venga comunicato all’interessato, di routine viene confermato da un altro test più sofisticato chiamato “ WESTERN BLOT ”, o “Immunoblot”, si tratta di un metodo che utilizza l'elettroforesi per separare le proteine di cui è costituito il virus, che poi vengono ricercate attraverso l'impiego di anticorpi specifici per quella particolare proteina (come per esempio la P24), mediante reazioni chimiche chiamate di immunoblotting.

Un test ELISA positivo seguito da Western Blot  positivo esprime con certezza la presenza del virus nel sangue di un individuo.

 

Se il test Elisa risulta negativo ed è stato effettuato dopo il periodo finestra, il suo risultato è attendibile e non è necessario effettuare il test di II livello (Western Blot)

 

 

 

Esistono casi particolari, a priori si può affermare che si tratta di evenienze oggi clinicamente molto poco probabili,  in cui il test HIV può risultare falsamente negativo, cioè il soggetto è infetto, ma il test rimane negativo, oppure in cui il test è falsamente positivo, cioè il soggetto non è infetto, ma il test risulta positivo.

 

 

 

 

Falsa negatività

L'esito falsamente negativo  è dovuto principalmente all'esecuzione del test nel periodo finestra. Dopo l'avvenuta infezione da HIV, l'organismo impiega un minimo di 10-14 giorni per sviluppare gli anticorpi, identificati dal test ELISA.

La maggior parte delle persone sviluppano la sieroconversione, cioè producono gli anticorpi anti-Hiv dopo 3-4 settimane, ma virtualmente tutti i pazienti  dopo 3 mesi dall'infezione.

In passato i vecchi test HIV potevano risultare negativi in alcuni soggetti in fase di malattia conclamata (AIDS), a causa della debolezza delle difese immunitarie, oggi con i nuovi test questo non accade.

 

 

HIV1-N, HIV1-O, HIV2 ( i diversi sottotipi di virus Hiv ): in passato il test ELISA poteva non riconoscere i sottotipi O ed N: questi sottotipi sono ancora meno frequenti, ma oggi identificati dai test ELISA di ultima generazione. Anche nel caso di HIV2, il test ELISA risulta essere in grado di determinarne la presenza.

 

 

 

Falsa positività

Eseguendo entrambi i test (ELISA e WB), la frequenza di risultati falsamente positivi varia da 0,0004% a 0,0007%.

Importanti indicazioni di falsa positività di un test HIV sono: la mancanza di fattori di rischio, una PCR qualitativa non rilevabile, una normale conta dei CD4 (Wood, Robert W. MD; Dunphy, Carol ARNP, MN; Okita, Keith BA; Swenson, Paul PhDTwo "HIV-Infected" Persons Not Really Infected. Arch Intern Med 2003; 163:1857).

 

 

Al primo posto fra le causa di falsa positività ci sono gli errori tecnici/di laboratorio.

I bambini figli di madri sieropositive possono avere risultati falsi positivi.

 Questo perché le madri passano i propri anticorpi ai figli, ma non necessariamente il virus.

I vaccini HIV utilizzati in sperimentazioni cliniche possono essere un’altra  causa di risultati falsamente positivi al test ELISA

 

Una certa percentuale (4-20%, secondo diverse fonti) dei test Western Blot risultano indeterminati, con bande positive per proteine HIV1.

Le cause si possono attribuire , oltre ai sempre possibili errori tecnici e di laboratorio, anche a :

-Esecuzione del test in fase di sieroconversione (gli anticorpi anti-p24, che si cercano, sono in genere i primi ad apparire).

 

-Infezione da HIV in fase tardiva: di solito nelle fasi avanzate di malattia c'è una perdita degli anticorpi anti-core.

 

-Reazione crociata verso anticorpi non specifici, questo può accadere in presenza di altre patologie e condizioni particolari come collagenopatie, malattie autoimmuni, linfomi, epatopatie, tossicodipendenza, sclerosi multipla, recente esecuzione di vaccini, gravidanza., di cui si viene a sapere in fase di anamnesi.

 

 

 

In alcuni casi è utile ricercare direttamente virus in circolo, ad esempio nei neonati di madri sieropositive, dove gli anticorpi, quando ci sono, sono di origine materna, e non del bambino (il cui sistema immunitario non è ancora del tutto maturo); oppure quando ci sia la necessità di verificare un’infezione recentissima (che non ha ancora prodotto una risposta anticorpale apprezzabile), come nei casi di un'esposizione diretta ad una sorgente certa d'infezione (contaminazione di ferite con sangue infetto, rapporti sessuali recenti sicuramente a rischio).

Si può fare questo attraverso la ricerca degli antigeni virali in circolo, oppure del vero e proprio genoma virale nelle cellule infette.

 

Ci sono dei test, noti con l'acronimo NAT (Nucleic Acid Test), in grado di evidenziare direttamente la presenza di materiale genetico del virus, come HIV-RNA o HIV-DNA, nel sangue, mediante tecniche in grado di moltiplicare (amplificare) anche quantità estremamente piccole di tale materiale per poi identificarlo e quantificarlo.

Una di queste tecniche è nota come PCR (Polymerase Chain Reaction o reazione a catena della polimerasi). Esistono due tipi di test PCR per l'HIV: la PCR quantitativa, per misurare la viremia o carica virale, cioè per sapere quante copie virali ci sono nell'unità di volume di sangue, e la PCR qualitativa che invece si limita soltanto a rilevare la presenza di quel particolare tipo di materiale genetico virale.

In caso di presunta esposizione al virus Hiv, si preferisce utilizzare la PCR qualitativa, per stabilire se sia avvenuto, o meno, il contagio poiché quella quantitativa, a volte, dà luogo a false positività,     si  utilizza quindi solo in caso di contagio già precedentemente accertato per determinare il numero effettivo di copie virali circolanti.

Un risultato negativo della PCR qualitativa dopo 28 giorni ha un'attendibilità superiore al 99% ed è considerato dalla grande maggioranza dei medici già attendibile molto prima (15-20 giorni  e anche meno dall'evento a rischio).

Tuttavia, per precauzione si consiglia ugualmente il test ELISA dopo tre mesi.

 

Test combinati

Per la diagnosi possono essere utilizzati test combinati HIV Ab-p24 o HIV Ab-PCR o meglio ancora, HIV Ab-p24-PCR. Questa non è la prassi comune nei centri Asl per questioni di costi.

 

 

 

E’ consigliabile che si sottoponga al test per l'Hiv

chiunque sia stato esposto ad una possibilità di contagio nel corso degli ultimi dieci anni (  e questo per la possibile latenza assai lunga di questo virus, che può non manifestarsi assolutamente e quindi essere presente in persone di aspetto più che sano, con evidenti rischi di propagazione ), ad esempio, chi ha avuto rapporti sessuali non protetti con partner occasionali, chi ha fatto uso di droghe con siringhe, chi è stato affetto da malattie veneree,

chi ha avuto contatti accidentali con sangue fresco di sconosciuti.

 

Il risultato del test è affidabile e definitivo, può essere effettuato con un semplice prelievo di sangue, gratuitamente, negli ospedali, nelle cliniche universitarie o in altri centri specializzati di malattie infettive.

Il test viene eseguito in modo assolutamente riservato: per legge, il risultato dell'esame può essere comunicato esclusivamente alla persona interessata (Legge 135/90).

 

Sbagliata è la posizione di chi decide di non eseguire l'esame per la paura di un risultato positivo e per la convinzione (errata) di non potersi curare.

L’infezione da Hiv si può tenere sotto controllo, anche se purtroppo ancora non si riesce a eradicare il virus, la viremia “non dosabile” non significa assenza di virus, ma presenza in quantità così ridotte da non poter essere misurabile nel sangue.  L’Hiv però c’è sempre e altri possono rimanere contagiati.

Inoltre conoscere il proprio stato sierologico, sapere cioè se si è sieropositivi, è utile non solo per se stessi, è molto importante anche per evitare di trasmettere l'infezione ad altri partner sessuali occasionali o al proprio partner abituale, diffondendo il virus.

 

Per evitare il rischio del contagio è assolutamente raccomandabile l'utilizzo dell'unico strumento al momento disponibile, cioè il condom, il profilattico, sempre e comunque fin dall'inizio di ogni rapporto sessuale, quale barriera contro il contatto con liquidi biologici potenzialmente infetti.



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