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IAS 2011: CONCLUDENDO, LA SFIDA CONTINUA…

La conferenza che si è tenuta a Roma dal 17 al 20 luglio segna un traguardo importante sia sotto il profilo della ricerca di farmaci, vaccini e cura definitiva dell’Hiv/Aids, sia perché – su più fronti – ha posto l’accento sulla centralità del rapporto paziente e medico.

 

Il bilancio effettivo sull’edizione 2011 dello Ias che si è chiusa ieri a Roma si conoscerà probabilmente solo tra qualche mese, quando cominceranno a concretizzarsi molti degli auspici e dei programmi illustrati dai vari delegati che vi hanno preso parte.

A ridosso della chiusura è però possibile fare altri due tipi di bilancio, quello dei numeri, i quali rendono comunque il senso della portata dell’evento, e quello delle sensazioni.

I primi sono di tutto rispetto con circa 7.500 partecipanti (1.261 circa solo dall’Italia), tra cui circa 6.000 delegati e 300 giornalisti, oltre a 150 volontari che hanno organizzato e partecipato a circa 50 sessioni, 9 plenary speeches , 31 satellite meeting e 6 scientific prizes e award.

 

Il secondo bilancio, quello delle sensazioni, è anch’esso positivo. Perché il fatto che l’attenzione della comunità scientifica mondiale si sia concentrata almeno per questi quattro giorni sulle tematiche legate all’Hiv/Aids e sulle tematiche volte a tenere sotto controllo il contagio, a fare prevenzione e addirittura a curarlo è un elemento importante. Soprattutto in una fase storica in cui della sieropositività si parla solo – neanche fosse un evento sporadico anziché una dimensione di disagio che milioni di persone vivono quotidianamente – in occasione della giornata mondiale del 1° dicembre. Allo Ias 2011 si è parlato di tutte le tematiche – sanitarie e non – che meritano maggior attenzione, da parte di tutti: dalla comunità scientifica a quella politica, passando per la società civile. Di alcune di esse abbiamo reso conto nello speciale a cui i nostri utenti possono avere accesso attraverso il nostro sito.

Si tratta di indicazioni e informazioni utili che ci auguriamo molti avranno modo di apprezzare quanto meno per rendersi conto di quanto si sta muovendo nel mondo intorno all’Hiv/Aids.

 

Photo: ©IAS/Moreno Maggi

IAS 2011: NUOVO PROGRAMMA PER I BAMBINI HIV+

La DNDi (organizzazione per farmaci per le malattie trascurate) ha annunciato il lancio di un nuovo programma di sviluppo di farmaci per affrontare i bisogni insoddisfatti di trattamento di bambini con HIV/AIDS.

 

 La trasmissione di HIV ai bambini piccoli è stata in gran parte eliminata nei paesi ad alto reddito in quanto esistono pochi incentivi di mercato per le compagnie farmaceutiche per sviluppare farmaci antiretrovirali adattati per i bambini.

Eppure la WHO raccomanda una immediata terapia antiretrovirale per tutti i bambini con HIV minori di 2 anni, e la dose sicura e corretta di ARVs non è stata stabilita per bambini piccoli, e non esistono appropriate formulazioni adattate ai bambini.

Le correnti formulazioni pediatriche sull’ARv sono poco tollerate dai bambini, e non sono pratiche per i caregivers a causa delle multiple preparazioni di liquidi che devono essere regolati a seconda del peso, e hanno interazioni indesiderate con i farmaci per la tbc.

Lo scorso anno, Medici senza frontiere e altre organizzazioni hanno chiamato la DNDi ad applicare la propria esperienza all’HIV infantile per fornire nuove medicine per le malattie trascurate.

Dopo una profonda valutazione dei bisogni e consultazioni con esperti di vari paesi, sono state sviluppate specifiche ideali per migliorare i trattamenti. C’è consenso riguardo il bisogno di sviluppare un regime a base di inibitori della proteasi per bambini sotto i 3 anni, a prescindere dalla precedente esposizione all’ARVs, e questa sarà la priorità della DNDi.

Idealmente, questa nuova terapia pediatrica deve essere facile da somministrare e meglio tollerata dai bambini delle medicine correnti, così come deve essere stabile al calore, facilmente assimilabile e dosata una volta al giorno o meno. Deve anche comportare rischi minimi di sviluppare resistenza ed essere adatta per neonati e bambini molto piccoli, e avere minime necessità di essere adattata al peso. Infine, ogni nuova formulazione deve essere compatibile con le medicine per la TBC e, cosa molto importante, non deve avere costi proibitivi.

Il programma di HIV infantile sarà condotto dal “recentemente nominato” Marc Lallemant, ex capo dei “programmi per la prevenzione e trattamento di HIV” (PHPT), un consorzio di ricerche cliniche dell’università di Chiang Mai, scuola di Harvard della sanità pubblica, e IRD (istituto per le ricerche di sviluppo) in Tailandia.

Dice Lallemant: «I bambini che vivono con HIV sono una popolazione trascurata, e la l’AIDS infantile può essere considerata una malattia trascurata, mentre facciamo sforzi per eliminare le infezioni di HIV nei nuovi nascituri, non possiamo trascurare i milioni di bambini che vivono con l’HIV».

Secondo la WHO infatti, ci sono al momento circa 2.5 milioni di bambini con HIV, di cui 2.3 milioni vivono nell’Africa Sub Sahariana, solo 355.000 bambini hanno accesso alla terapia antiretrovirale. Senza trattamento, un terzo dei bambini nati con l’HIV moriranno prima di compiere il primo anno di età, il 50% prima del secondo anno, e l’80% prima di compiere 5 anni.

 

Photo©IAS/Steve Forrest/Workers' Photo

 

 

 

 

 

 

IAS 2011: AVANTI VERSO LA CURA

Impegno per mettere a punto una cura dell’infezione da HIV, campagne di prevenzione focalizzate sui tossicodipendenti e rilancio dell’impegno globale per la salute materno-infantile: queste le tematiche chiave emersi dalla sessione plenaria nel corso della giornata conclusiva del congresso IAS 2011 a Roma.

La giornata conclusiva della Sesta Conferenza sulla Patogenesi, il Trattamento e la Prevenzione dell’HIV (IAS 2011) si e’ concentrata sul crescente interesse scientifico relativo alla possibile messa a punto di una cura definitiva per HIV/AIDS. L’ultimo anno ha visto crescere l’attenzione attorno alla possibilità di una cura e il dibattito scientifico che derivato e’ culminato nella convocazione di un gruppo di lavoro interno all’International AIDS Society (IAS) il cui ambizioso obiettivo è stabilire una strategia scientifica globale per la cura dell’infezione da HIV.

Nel corso della conferenza di Roma, a cui hanno partecipato oltre 5.000 ricercatori, medici e attivisti, molti degli abstracts presentati focalizzato avevano come argomento proprio aspetti attinenti la possibile cura definitiva per l’AIDS.

“Quindici anni fa, nemmeno gli scienziati più ottimisti si pronunciavano in merito alle prospettive di una cura o un vaccino per HIV/AIDS - ha dichiarato Elly Katabira, presidente di IAS 2011 e dell’International AIDS Society - Oggi, si puo’ tornare a sperare che la remissione del virus possa essere un obiettivo realistico. L’IAS è orgogliosa di coordinare la ricerca scientifica in tal senso e di poter presentare la propria strategia scientifica globale per il conseguimento di questo obiettivo l’anno prossimo in occasione della XIX Conferenza Internazionale sull’AIDS (AIDS 2012) a Washington”.

 

Nell’ultima giornata della conferenza si e’ parlato della necessità di incrementare i programmi sia per ridurre la trasmissione di HIV/AIDS tra persone che fanno uso di droghe per via endovenosa, sia per gestire l’inaccettabile tasso di mortalita’ tra donne incinte e bambini piccoli nell’Africa sub-sahariana e nel Sud-est asiatico.

“Anche se stiamo vivendo un momento entusiasmante dal punto di vista scientifico, non possiamo permetterci di distogliere l’attenzione dall’immenso divario che ancora separa Paesi nella messa in atto di programmi di prevenzione e trattamento dell’infezione da HIV - ha ricordato Stefano Vella, co-presidente locale di IAS 2011 e Direttore del dipartimento del farmaco all’Istituto Superiore di Sanita’ (ISS) - c’e’ bisogno di una leadership che affronti in maniera piu’ coraggiosa la sfida per ridurre il contagio tra persone che fanno uso di droghe per via endovenosa. Per troppo tempo la vulnerabilità di questo gruppo di persone e’ stata lasciata ai margini dei programmi di prevenzione, e questo atteggiamento oggi , semplicemente, non e’ più tollerabile”.

“Analogamente – ha proseguito Vella -, non raggiungeremo mai gli obiettivi del Millennium Developement Goals per quanto riguarda la salute materno-infantile fino a quando i diversi Paesi, i finanziatori internazionali e le agenzie intergovernative non deciderrano di intensificare gli sforzi. E’ indubbio che nell’ultimo decennio siano stati fatti passi avanti, ma ci sono ancora troppe donne e troppi bambini che muoiono inutilmente per ragioni prevenibili ed evitabili. La cura, il trattamento, e la prevenzione devono essere ampliati in molti Paesi in via di sviluppo, e questo deve succedere da subito, adesso”.

L’ultima sessione plenaria della conferenza ha riunito tre diversi campi della ricerca per i quali e’ necessario incrementare le risorse e l’impegno al fine di migliorare le politiche programmatiche:

 

Fermare la trasmissione dell’HIV nei tossicodipendenti entro il 2015

Nora Volkow (Stati Uniti), Direttrice National Institute on Drug Abuse (NIDA), ha sottolineato nel suo intervento nella plenaria che nonostante l’uso di droghe per via endovenosa sia il veicolo principale per la trasmissione dell’HIV, anche l’assunzione di altri tipi di droghe può aumentare la possibilità contagio a causa di un’alterazione delle capacità di giudizio che puòcondurre a comportamenti a rischio. Il consumo di droga condiziona anche il decorso dell’infezione perche’ danneggia il sistema immunitario (ad esempio gli oppiacei, l’alcol), interagisce negativamente con i farmaci antiretrovirali impiegati nella HAART (per esempio l’alcool), e rende fragile e precaria l’adesione alle terapie da parte del soggetto tossicodipendente: tutti fattori e comportamentali che mettono a rischio gli esiti clinici della terapia.

L’accesso a interventi globali che includano il trattamento farmacologico dell’uso di stupefacenti, i programmi relativi allo scambio di siringhe (NEP) e le campagne portate avanti dagli attivisti – rappresentano strategie efficaci nella prevenzione di HIV/AIDS per i tossicodipendenti. La ricerca mostra come lricerca offerta proattiva test per l’HIV alle persone e il coinvolgerli sia in trattamenti di disintossicazione sia in terapie con HAART (per coloro che risultano sieropositivi), siano azioni che possono migliorare gli outcome terapeutici nei pazienti e prevenire la trasmissione dell’HIV.

 

Prendersi cura delle madri e dei loro bambini: verso gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio

Nel suo intervento nel corso della sessione plenaria, Philippa Musoke (Uganda), del Department of Pediatrics and Child Health, Makerere University, ha sostenuto come, nonostante siano stati compiuti progressi quasi in tutto il mondo nella riduzione della mortalità materno-infantile , in molti Paesii questo miglioramento e’ ancora lontano consentirci di conseguire gli standard richiesti dal MIllennium Development Goal (MDGs) entro il 2015.

Nell’Africa sub-sahariana, l’infezione da HIV/AIDS contribuisce significativamente incrementare la mortalità di donne e bambini: Senza terapia antiretrovirale, si registra un alto tasso di mortalita’ tra bambini sieropositivi,: circa la metà muore entro i primi due anni di vita .

Laa riduzione di mortalità che si è registrata negli ultimi dieci anni nell’Africa sub-sahariana e nel sud-est asiatico è da correlare all’implementazione dei programmi di prevenzione della trasmissione materno-fetale HIV/AIDS (PMTCT).

L’ulteriore ampliamento dei programmi PMTCT e’ cruciale per migliorare la qualita’ di vita di donne e bambini con HIV. E’ inoltre fondamentale sostenere con programmi di scolarizzazione le bambine, far si che le donne possano essere indipendenti economicamente nonchè predisporre servizi per la pianificazione familiare.

Infine, rimane prioritario rafforzare i programmi nazionali per la Salute della madre, dei neonati e dei bambini (MNCH), predisporre le cure pre- e post-natali per tutte le donne in stato di gravidanza, intensificare la copertura immunitaria, l’allattamento al seno e il supporto nutrizionale per tutti i neonati.

 

Verso una cura per l’HIV

Eric Verdin (Belgio), Professore di Medicina della University of California, ha concluso la sessione plenaria della mattina affermando che per eliminare l’HIV/AIDS è necessario eliminare il virus residuo che persiste durante la terapia antiretrovirale.

La “sorgente” di persistenza dell’HIV nei pazienti che sono sottoposti alla HAART è un argomento di grande attualita’. Gli studi recenti sull’intensificazione del trattamento hanno dimostrato che la persistenza del virus potrebbe essere dovuta a diverse cause e tra queste la latenza dell’HIV che permane nei CD4 dormienti. .

Le strategie di eliminazione,dell’HIV si concentrano al momento sulle piccole molecole che attivano la trascrizione virale nelle cellule CD4+T. Queste includono gli inibitori dell’istone deacetilase e gli attivatori del fattore nucleare KB.

 

Photo©IAS/Steve Forrest/Workers' Photos

IAS 2011: L’IMPATTO DELLA PrEP NELLA PREVENZIONE

Dati finali dello studio ’iPrEx: l’assunzione orale quotidiana della profilassi pre-esposizione in coppie discordanti etereo e gay. I nuovi risultati a lungo termine relativi al primo studio clinico su larga scala dimostrano l’efficacia della profilassi orale pre-esposizione nella prevenzione dell’ HIV.

 

 

Nuovi dati presentati dai ricercatori dello studio iPrEx, la prima sperimentazione clinica su larga scala diretta a dimostrare l’efficacia della profilassi orale pre-esposizione (PrEP) come forma di prevenzione dell’HIV: l’impatto della PrEP nella prevenzione dell’HIV è stato stabile per l’intera durata dello studio iPrEx all’interno di tutti i sottogruppi partecipanti, che non c’e’ stata alcuna prova dell’emergenza di resistenza dell’HIV al farmaco tra soggetti infettati dopo aver iniziato la PrEP e che si e’ riscontrato un livello molto basso di effetti collaterali.

"La PrEP è uno strumento di prevenzione importante e ha le potenzialità per prevenire un numero significativo di contagi da HIV", ha dichiarato il Presidente del Protocollo iPrEx Robert Grant, ricercatore presso l’Istituto Gladstone per la Virologia e l’Immunologia a San Francisco e Professore Associato di Medicina presso la University of California.

"Questi dati confermano che la PrEP è sicura ed efficace per MSM (uomini che hanno rapporti sessuali con altri uomini), uno dei gruppi sociali più toccati dall’HIV. Al momento e’ in corso un ampliamento dello studio iPrEX in quattro continenti, ed esperti e operatori dei sistemi sanitari nazionali e internazionali sono al lavoro per capire rapidamente come rendere disponibile questo strumento salvavita per MSM, una categoria gravemente colpita dall’epidemi in molte zone del mondo.

 

Photo: ©IAS/Marcus Rose/Worker's Photos

IAS 2011: PARLANO I PROTAGONISTI ITALIANI (6)

Massimo Andreoni, professore ordinario di malattie infettive all’Università Tor Vergata di Roma, insiste sulla necessità che il laboratorio si integri con la società, e sul fatto che l’Hiv/Aids ritorni una priorità della politica sanitaria italiana e internazionale

 

Oggi chi si infetta?

Verrebbe da dire che nessuno è al sicuro, se non adotta comportamenti sicuri. Ma per adottare comportamenti sicuri occorre avere conoscenza e percezione di cosa è rischioso. Oggi tra i tossicodipendenti la pratica dello scambio di siringhe è scarsamente praticata e comunque è cambiata la modalità di consumo. Tra i giovani gay esiste una ripresa delle nuove infezioni, forse perché non hanno vissuto la botta dell’Hiv/Aids sul piano dell’identità come i loro compagni più anziani, che invece hanno guidato la risposta sociale all’emergenza. La maggior parte dei contagi avviene per via sessuale tra eterosessuali che non percepiscono il rischio nel fare sesso non protetto. Se ne parla di meno di Aids, forse anche in virtù dei successi della medicina, che è stata, almeno nel Nord del mondo, in grado di cronicizzare l’infezione da Hiv, e l’esito è che oggi circa la metà delle persone che giungono alle nostre cliniche hanno contemporaneamente la diagnosi di sieropositività e di Aids, con una grave compromissione clinica.

 

La lotta contro l’Aids è quindi vittima sul piano sociale del proprio successo e dell’efficacia percepita dei farmaci?

Per certi versi, se si vuole rimanere nel paradosso. Il farmaco è il surrogato di salute più accessibile. E le persone sono più disposte a prendere un farmaco rispetto a dover modificare i comportamenti, tanto più se il farmaco è nella percezione comune banalizzato e l’Aids narrata come condizioni clinica “banale”. La realtà di tutti i giorni invece è diversa, affrontabile più facilmente rispetto a prima, ma di certo non banale. I farmaci che oggi abbiamo sono sicuramente più potenti, meglio tollerati e stiamo imparando a usarli anche in modo non convenzionale, legando direttamente terapia e prevenzione. Studi recenti mostrano l’efficacia dei farmaci dati precocemente anche nel ridurre e azzerare l’infettività della persona che li prende, estendendo sul piano sociale l’effetto contro il virus. È stato infatti introdotto il concetto di carica virale di comunità perché si è visto, prima in modelli matematici, poi con dati sperimentali, che la diffusione e l’accesso precoce alle terapie è correlata con la riduzione di casi di siero conversione in un dato territorio. Una delle strategie efficaci per spegnere l’epidemia, in attesa di vaccini preventivi, sta proprio in quel test&treat che viene proposto e sperimentato in varie aree del mondo.

 

Tutto sotto controllo o sono solo false speranze?

Le speranze per definizione non sono mai false, semmai sono state male dimensionate o male posizionate. La scienza in sé sta facendo il proprio dovere, mettendo a punto strumenti efficaci. Ma occorre renderli disponibili, accessibili. E in questo occorre che il laboratorio si integri, attraverso l’impegno dei decisori, con la società. Detto più esplicitamente: ho farmaci efficaci ma se non li rendo accessibili precocemente non ne ottimizzo il beneficio clinico per la persona che ne ha bisogno, e la persona che ne avrebbe bisogno oltretutto apprende di averne bisogno tardi. L’Aids deve tornare in alto nell’agenda politica e della sanità pubblica, se ne deve riparlare in modo concreto e con risorse adeguate. E la priorità per tutti deve essere il test. Se si parla di Aids la gente può tornare a occuparsene senza per questo doversene preoccupare troppo tardi solo perché contagiati e ammalati.

 

Photo©IAS/Steve Forrest/Workers' Photos

 

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