community-left

donazioni-left

donazioni-top-left

community-top-left

IAS 2011: LA CIRCONCISIONE RIDUCE IL RISCHIO

L’avvio di una campagna di circoncisione maschile comune nella comunità locale sudafricana di Orange Farm sta limitando la diffusione dell’HIV.

I risultati del primo studio globale relativo a una campagna di circoncisione indirizzata a 110,000 soggetti maschi adulti condotta in Sud Africa per oltre tre anni mostrano una netta riduzione (>60%) della diffusione di HIV/AIDS tra uomini adulti circoncisi.

A tre anni dall’avvio della campagna di circoncisione maschile (ANRS 12126) che ha coinvolto 100,000 soggetti adulti a Orange Farm, in Sud Africa, si e’ registrata una riduzione nella diffusione e nell’incidenza dell’HIV tra gli uomini. Questi risultati dimostrano per la prima volta chiaramente che la circoncisione maschile è un mezzo efficace nel frenare la diffusione dell’HIV a livello di comunità. Questa ricerca è coordinata da Inserm U1018/UVSQ e condotta da Progressus (Sudafrica), l’Istituto Nazionale delle malattie trasmissibili dell’NHLS (Sudafrica) ed è finanziato dall’Agenzia Nazionale francese per la ricerca su AIDS e su epatite virale ANRS.

"Fino a oggi l’effetto della campagne di circoncisione maschile (MMC) sull’epidemia di HIV era sconosciuto in termini di reallife”, ha dichiarato il Professor Bertran Auvert, Professore di Salute Pubblica all’Università di Versailles e principale ricercatore dello studio.

“Questo studio dimostra che la circoncisione maschile adulta serve a ridurre la diffusione dell’HIV in una comunità africana in cui la diffusione del virus e’ particolarmente elevata. Ridurre il numero dei nuovi contagi attraverso la circoncisione adulta maschile consente di salvare vite e diminuire la necessità di una terapia antiretrovirale. Questo studio mostra inoltre come l’avvio di una campagna di circoncisione maschile sicura debba diventare una delle massime priorità nell’Africa meridionale e orientale e come sia necessario un forte impegno politico ”, ha concluso Auvert.

 

Photo ©IAS/Marcus Rose/Worker's Photos

IAS 2011: PARLANO I PROTAGONISTI ITALIANI (5)

Stefano Vella, direttore dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di Sanità e co-chariman di Ias 2011, parla di come si sta evolvendo di terapia e di salute globale, nonché delle sfide che comporta l’insorgenza di un fenomeno come i late presenters

 

“Nel Nord del mondo abbiamo ottenuto grandi successi”, dichiara Stefano Vella, direttore dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di Sanità e co-chariman di Ias 2011. “Grazie ai farmaci siamo stati in grado di cronicizzare l’infezione, ma la partita è ancora aperta. Ci sono segnali preoccupanti che indicano come esistano anche riprese delle infezioni: in alcune zone della Francia si registra un’incidenza simile a quella del Botswana, a Washington i numeri sono simili a quelli dell’Uganda. Accade perché i comportamenti e i contesti sociali agevolano la trasmissione del virus, e perché la percezione del rischio è bassa. I numeri in Africa e nel Sud del mondo sono diversi, là la malattia è a esito infausto perché, nonostante i successi dell’accesso alle cure, la stragrande maggioranza di chi ha bisogno di farmaci ancora non e ha. La recessione economica esacerba questo problema: ogni giorno nel mondo oltre 7mila persone contraggono l’infezione, un numero che è più che doppio rispetto a quello di quanti iniziano la terapia”.

 

La svolta nella messa a punto della terapia antiretrovirale si è avuta combinando insieme classi di farmaci diverse. Per la prevenzione, troppo a lungo pensate e proposta in modo disgiunto dalla terapia, si dovrebbe declinare un simile approccio di combinazione?

“Prevenzione, terapia e accesso alle cure vanno pensate insieme e insieme declinate. Le armi attualmente a disposizione, se implementate nel loro utilizzo, consentirebbero di fare molto. Si è visto infatti che con la diffusione dell’accesso alle cure, la terapia precoce è parte integrante della prevenzione. Una persona trattata con i farmaci, la cui carica virale è azzerata, non infetta gli altri. E l’efficacia della terapia sul singolo individuo si trasforma in un’efficacia estesa socialmente. Ma occorre che la persona sia a conoscenza del proprio status sierologico, cosa che non accade nei tempi e nelle dimensioni corrette. La bassa percezione del rischio fa sì che, per esempio, in Italia – ma è un problema simile in tutta Europa – oltre il 50% delle persone apprende di essere sieropositivo nello stesso momento in cui apprende di avere l’Aids. Si parla di late presenters, cioè di persone che apprendono della loro salute gravemente compromessa tardi. Prima, quando l’epidemia era legata a comportamenti noti – scambio di siringhe o sesso non protetto tra uomini – i tossicodipendenti e/o i gay avevano percezione del rischio e facevano il test. Oggi che la trasmissione è prevalentemente per via eterosessuale la scarsa percezione del rischio fa sì che le persone non chiedano di fare il test, come se si percepissero immuni da questo problema. In Africa, nel Sud del mondo, questo problema della presentazione tardiva è ovviamente amplificato”.

 

Insomma, la possibilità di estirpare dal pianeta l’Hiv resta lontana.

“La questione dei late presenters e della scarsa richiesta del test rende difficile la possibilità di spegnere l’epidemia con la strategia del treatment as prevention, che pure è approccio chiave. Se ne parlerà molto alla conferenza. Così come si parlerà molto di eradicazione. L’International Aids Society rilancia l’approccio per trovare una cura, che può essere una cura funzionale, cioè in grado di tenere stabilmente sotto controllo il virus con un profilo di tollerabilità ottimale, oppure l’eradicazione vera e propria, cioè la possibilità di stanare il virus dai reservoirs dell’organismo in cui si annida e di abbatterlo. (…) Non possiamo più limitarci a cavalcare l’onda, dobbiamo anticiparla. In un mondo così interconnesso tutto ci riguarda, ci è prossimo e vicino. A chi dice che l’Aids sta solo in Africa, ricordo che con un paio di ore di aereo si scopre la distanza che si separerebbe da quelle persone e da quei luoghi con i problemi annessi. Le malattie vanno colpite alla sorgente, se si vuole essere efficaci e responsabili nelle scelte strategiche. Non si può ragionare solo in termini egoistici e territorialmente delimitati dai muri: dalla linea Maginot in poi si è visto cosa accade a chi, sotto minaccia, si affida alle chiusure piuttosto che alla pro attività. La salute è un diritto: o è globale o non lo è”.

 

Photo: Ias/Steve Forrest

 

IAS 2011: 200 VOLONTARI “PER SCELTA”

Non si può restituire un’immagine chiara della sesta edizione di Ias, se non si parla del prezioso contributo  offerto da oltre 200 ragazzi e giovani che supportano l’organizzazione in varie mansioni di controllo, appoggio e sostegno a delegati, ricercatori, visitatori e media in tutto l’arco della conferenza.

 

Sono oltre 200, e al 50% sono italiani, per il resto provengono da altri Paesi europei (e non solo) i volontari che stanno aiutano l’International Aids Society nell’organizzazione della conferenza che si chiude oggi a Roma.

200 giovani che hanno rinunciato a quattro giorni di meritate vacanze, di mare ed escursioni, per rifugiarsi volontariamente sotto il solleone romano, lontani da ogni brezza e passatempo.

Magliette variopinte e badge, armati di lettore chip, regolano il flusso costante dei conferenzieri all’ingresso dell’area dell’Auditorium Parco della musica, supervisionano le varie aree, “foraggiano” di materiali e viveri i partecipanti.

A loro e alle associazioni di cui fanno parte (tra cui non poteva mancare, ovviamente, sieropositivo.it) non può non andare il riconoscimento degli oltre seimila partecipanti all’evento e di tutti coloro che da questo summit mondiale su Hiv e Aids trarranno giovamento.

IAS 2011: PARLANO I PROTAGONISTI ITALIANI (4)

Giulio Maria Corbelli, giornalista e membro dell’European Aids Treatment Group, parla su come si siano evoluti in questi ultimi 30 anni di storia dell’infezione Hiv/Aids l’associazionismo e l’attivismo sorti intorno alla patologia, e pone l’accento anche sulle importanti implicazioni e responsabilità che coinvolgono il mondo dell’informazione

 

“L’Aids è apparsa in anni in cui c’era una grande vena utopica”, spiega Giulio Maria Corbelli, giornalista e membro dell’European Aids Treatment Group. “Ora invece ci ritroviamo in una società che tende a rinchiudersi in se stessa, che cerca sicurezze e non sogna più. La malattia dell’Aids e questi 30 anni raccontano tutto questo”.

 

I successi della scienza hanno anestetizzato la voglia di ribellione che storicamente accompagnava l’attività delle associazioni di lotta contro l’Aids, nate storicamente nel grande alveo della cultura gay, oppure è semplicemente il proibizionismo che caratterizza questi anni ch rende poco visibile e notizia bile l’Aids?

“La regola dell’informazione vuole che perché si parli di una cosa è necessario che vi sia l’aspetto sorprendente, eclatante e in qualche misura anche sensazionalistico, senza che però il sensazionalismo diventi alla fine l’unica chiave di lettura e di narrazione. Sicuramente quando Aids significava morte, sesso, sangue, sperma, il clamore e l’attenzione che anche solo come parola poteva suscitare era di molto maggiore. Adesso Aids, o meglio l’infezione Hiv, vuol dire farmaci, vuol dire terapia cronica, e questo è certamente meno interessante da un punto di vista mediatico. Il problema è però che questa apparente struttura con cui l’Hiv oggi si presenta, normalizzata rispetto alla strage di generazioni che ha falcidiato, nasconde un insabbiamento: l’Hiv è un killer, ma ha anche permesso a generazioni di entrare in contatto con la propria realtà, con la propria vita, con i propri ideali, con il desiderio di essere ciò che si è. Mi riferisco ad esempio alle rivendicazioni del mondo omosessuale e dei tossicodipendenti, ma anche al di fuori di questi specifici gruppi sociali. Chiunque sia entrato in contatto con l’Hiv è riuscito a conoscere qualcosa di forte nella propria esperienza personale. Questo aspetto, secondo me, ha un impatto anche per il giornalista: la possibilità di tradurre anche giornalisticamente come l’Hiv racconta la società è un approccio che non è stato ancora sviluppato e che sarebbe interessante approfondire”.

 

Oggi dopo 30 anni, con oltre 30 singole molecole e fixed dose, l’infezione è cronicizzata, l’aspettativa di vita delle persone con Hiv\Aids è sovrapponibile a quella di una qualsiasi altra patologia. Perché se ne dovrebbe parlare così tanto di Aids? Che cosa manca ancora da dire?

“Se ne dovrebbe parlare perché l’Hiv rimane un problema sanitario forte, della collettività, sia sul piano internazionale sia per ogni singola nazione. Se volessimo vederla solo da un punto di vista economico, in una situazione di recessione come quella attuale, il costo dei farmaci per la terapia dell’infezione da Hiv è una voce importante della spesa farmaceutica che pone problemi di sostenibilità non indifferenti a lungo termine. Ma non è solo una questione economica a esser in ballo e a “dover fare” notizia: ad esempio, ci sono molte persone che soffrono di questa patologia, che è infettiva, e questo fatto vuol dire che essendo infettiva ci sono ancora più persone a rischio di contrarla. Dal punto di vista della struttura sanitaria e nazionale il problema sussiste. E aggiungo una motivazione aggiuntiva che sostiene la necessità di dover parlare di Aids, ovvero che le cose non starebbero così se se ne parlasse di più. Il ruolo dell’informazione è centrale nella lotta contro l’Aids. La consapevolezza, la possibilità di parlare e di raccontare l’Hiv\Aids è fondamentale per ridurre i rischi di contrarre il virus”.

 

L’attivismo legato all’Aids nasce con una componente utopica forte, sull’onda dell’urgenza legata alla necessità di abbreviare i tempi e la distanza tra il laboratorio e il luogo di cura: “make Tomorrow happen today” era uno dei primi slogan. Ora che le cose sono così cambiate, che ruolo può svolgere l’attivismo, apparentemente vittima anch’esso dei propri successi?

“Il ruolo dell’associazionismo credo sia fondamentale: riuscire a tenere vivi gli ideali che tutti gli altri attori – politici, scienza, industria – perseguono magari per compito istituzionale misurandoli sul piano dell’immediata praticabilità e spendibilità, nel caso dell’associazionismo significa lottare per identificare la meta sempre un po’ più avanti e quindi esercitare funzione di stimolo e controllo sociale. Un esempio concreto: l’Hiv\Aids è legato ai diritti della persona di essere ciò che è, di poter vivere serenamente la propria sessualità e di non essere discriminato per la propria identità. Questa fondamentale enunciazione di principio, che apparentemente suona come teorica e generale, sta invece a significare che tutti possono accedervi, anche coloro che non hanno strumenti culturali e sociali per articolare una simile rivendicazione e per affrontare una cosa complessa coma la terapia cronica; significa cioè fare di tutto perché chi ha meno mezzi per potervi accedere possa essere aiutato e sostenuto per ottenerla”.

 

Photo: ©IASMarcus Rose

IAS 2011: OCCORRONO PIU’ INVESTIMENTI PER METTERE A FRUTTO LE SCOPERTE SULL’HIV

In un rapporto presentato alla conferenza di Roma, si sottolinea che se si vogliono capitalizzare al meglio le importanti conquiste della ricerca in materia Hiv degli ultimi anni, occorre uno sforzo maggiore in termini di investimenti. Altrimenti il rischio è di annullare ogni potenziale beneficio di tali risultati.

 

Nell’anno passato, promettenti risultati e importanti innovazioni scientifiche hanno cambiato il panorama della prevenzione Hiv, fornendo nuove opportunità sia dando una più ampia risposta all’epidemia con nuove opzioni di prevenzione sia mettendo a punto più ampie agende cliniche e di laboratorio portatrici di nuovi obiettivi di ricerca. Allo stesso tempo, l’investimento nella ricerca biomedica sulla prevenzione Hiv è rimasto stabile nonostante gli effetti della recente crisi economica globale. “Capitalizing on scientific progress: investment in Hiv prevention R&D in 2010” è il settimo rapporto annuale dell’HIV Vaccines and Microbicides Resource Tracking Working Group – presentato alla sesta edizione dello Ias a Roma – che documenta gli investimeni nella ricerca sulla prevenzione dai settori pubblico, commerciale e filantropico. Il rapporto sostiene che capitallizare sulle recenti e promettenti novità scientifiche richiederà un ulteriore investimento sostanziale che sia sostenuto da un più ampio gruppo di donatori.

La più importante e sorprendente scoperta del rapporto è che l’investimento complessivo è effettivamente aumentato, documentando un totale di 1.19 billion di sterline nella ricerca e sviluppo per quattro opzioni di prevenzione: vaccini, microbicidi, PrEP usando medicine antiretrovirali e operazioni di ricerca legate alla circoncisione maschile.

Si tratta di un’esigenza urgente in modo che si possano dirigere le ricerche ed accelerare le promesse verso il progresso. Il rapporto ha poi riconosciuto che i finanziatori continuano ad affrontare vincoli di bilancio, con alcuni che hanno ridotto o eliminato del tutto i loro programmi a sostegno della ricerca sulla prevenzione. Risulta che il finanziamento nella ricerca rimane anche altamente concentrato tra relativamente pochi finanziatori ed il gruppo di lavoro avvisa che questa stretta sui fondi minaccia lo sforzo di ricerca richiesta in questo momento critico e sottolinea il bisogno di ampliare la base dei soggetti finanziatori, includendo anche economie emergenti.

“I recenti risultati promettenti della PrEP e delle prove del trattamento come prevenzione ci dicono che dopo 30 anni di epidemia potremmo essere finalmente sulla via per porre fine all’Aids”, ha detto Mitchell Warren, direttore esecutivo dell’Avac.

 

Photo: ©IASMarcus Rose

 

Newsletter

Istituto Della Donazione

onp selezionata da iid 1

Community

community
Submenu:

Sieropositivo.it