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Tre diversi e innovativi studi internazionali dimostrano come nelle persone sottoposte a trattamento antiretrovirale si abbassi decisamente il potenziale di trasmettere l’infezione. I ricercatori presenti a Ias 2011 ne hanno anticipato alcuni risultati.

 

 A Roma si è prodotta la cosiddetta “prova provata” che il trattamento con le terapie antiretrovirali contribuisce di fatto non tanto e non solo a tenere sotto controllo gli effetti dell’Hiv, affinché non degenerino, ma anche a fare prevenzione. A darsi appuntamento ieri all’Auditorium parco della Musica sono stati i principali ricercatori ed esperti internazionali che si sono confrontati sulle eventuali implicazioni nella politica preventiva di tre importanti e innovative sperimentazioni: lo studio HPTN 052, quello TDF2 a cura del centro per il controllo della malattia e della prevenzione e il terzo su PrEP a cura dell’università di Washington.

Insieme questi studi dimostrano che, in breve, le terapie sono efficaci anche come prevenzione, anche perché l’inizio precoce del trattamento può essere utilizzato per ridurre fino al 96% la carica virale dell’infezione, riducendo il rischio di trasmissione da un partner sieropositivo a uno sieronegativo. Si conferma inequivocabilmente, quindi, il principio ispiratore della pratica di sottoporre a trattamento le donne in gravidanza (che vivono in particolari condizioni di rischio) o di sottoporvi i partner di individui sieropositivi.

Quindi, quanto sorge dall’assise di Roma è che il trattamento equivale uguale a non solo a curare ma anche a prevenire. È quanto ha confermato anche il presidente di Ias 2011, Elly Katabira, che ha dichiarato: “Se la XI conferenza internazionale del 1996 di Vancouver viene ricordata come la conferenza che ha annunciato l’arrivo della combinazione dei farmaci per il trattamento antiretrovirale, Ias 2011 sarà ricordata come l’inizio che sancisce la validità del trattamento in un’ottica di prevenzione”.

Nelle fasi successive, almeno questo è quanto auspicato dagli esperti, la sfida è di implementare il trattamento come attività di prevenzione nei Paesi in via di sviluppo. Certo non si tratta ancora della soluzione al problema che avvicina la fine dell’epidemia, ma si è sulla buona strada. A porre un freno anche la mancanza di consapevolezza tra eterosessuali nei Paesi economicamente più evoluti, che si ostinano a fare sesso non protetto. Arrivando peraltro a una diagnosi, il più delle volte, in fase avanzata, perché ignari di avere contratto la malattia (in alcuni casi ricorrono alle cure ormai a Aids conclamata), con gravi conseguenti compromissioni per l’efficacia del trattamento.

Un’altra questione da tenere sotto controllo è l’aumento della sopravvivenza dei pazienti reso possibile dai nuovi farmaci, con conseguente invecchiamento dei malati e delle problematiche che ne derivano, perché ancora si sa poco su come possano reagire soggetti cinquantenni al protrarsi del trattamento di farmaci testati su soggetti giovani Hiv positivi. Intanto, si evidenziano caratteristiche cliniche della malattia insospettabili nella prima fase dell’epidemia di Aids, quando le manifestazioni cliniche della malattia erano soprattutto legate all’immunodeficienza. Oggi infatti preoccupano anche quelle legate alla senescenza precoce dei pazienti, caratterizzata dai meccanismi di infiammazione cronica e immunoattivazione, con danno a carico dei sistemi di organo ad esempio a carico del sistema cardiovascolare o con infiammazioni croniche su rene, fegato, ossa e altri organi come il cervello in particolare per quel che riguarda area neurocognitiva.

 

Photo shows: ©IAS/Marcus Rose/Worker's Photos

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