community-left

donazioni-left

donazioni-top-left

community-top-left

In occasione della conferenza che si tiene a Roma, il direttore malattie infettive, INMI Lazzaro Spallanzani di Roma, Andrea Antinori, ha parlato delle implicazioni delle diagnosi tardive.

 

 

“E’ proprio il concetto di malattia oggia a essere molto diverso rispetto a quello che avevamo negli anni passati”, sostiene il direttore malattie infettive dello Spallanzani, “Ieri si moriva di Aids nell’arco di uno-due anni dall’esordio clinico della malattia, a causa di infezioni opportunistiche e tumori Hiv correlati. Oggi si vive anche 50 anni, soprattutto se il paziente fa diagnosi in età giovanile, cosa che dà ampie possibilità di recupero immunitario. Se vogliamo definire in modo sintetico e provocatorio la quinta essenza della nuova clinica emergente dell’infezione da Hiv e cosa la caratterizza oggi sul piano delle morbosità associate forse in modo più rilevante, in questo nuovo Aids – chiamiamolo così per caratterizzarne le controtendenze rispetto al quadro clinico storico e classico dell’immunodeficienza acquisita – le manifestazioni cliniche che registriamo sono quelle guidate dai meccanismi di infiammazione cronica e d’immunoattivazione, con il conseguente dann a carico dei sistemi d’organo, e dalle manifestazioni di tossicità accumulata per la prolungata cronica esposizione ai farmaci”.

 

Il fatto èperò che di fronte a queste acquisizioni ed evidenze nuove, legate alla maggiore sopravvivenza conseguita con diagnosi e avvio delle terapie in modo precoce, sta la questione dei cosiddetti late presenter, persone che giungono tardivamente alla diagnosi di sieropositivà, che spesso è coincidente con la diagnosi di Aids.

“E’ un aspetto estremamente importante. Il problema che abbiamo di fronte, la questione dei late presente è un dato epidemiologico molto chiaro diffuso in tutti i paesi europei e l’Italia non fa eccezione. Oggi dal 40 al 50% e anche oltre dei soggetti si presentano alla diagnosi in condizione di infezione più tardiva, cioè con un livello di CD4 che è inferiore ai 350, che è il livello di guardia al di sotto del quale l’avvio del trattamento è obbligatorio. Questo avviene essenzialmente perché non c’è consapevolezza dello stato d’infezione per problemi che concernono il grado di percezione del rischio da parte della popolazione generale. In questi ultimi anni, dopo che l’infezione ha tracimato i presunti confini dei cosiddetti gruppi a rischio ed è stata potenzialmente coinvolta tutta la popolazione sessualmente attiva, si è persa un po’ la percezione del rischio elevato e questo comporta che chi magari ha contratto il virus anni prima a seguito di rapporti non protetti, non faccia il test perché si considera al di fuori di quelle che crede essere delle coordinate del rischio e quindi il riscontro dell’infezione avviene tardivamente. 25 anni fa si faceva diagnosi di Aids: cioè il malata arrivava in clinica, veniva scoperta un’infezione inusuale nella popolazione immuncompetente cratterizzata da un’immunodeficienza marcata; attraverso questa infezione si definiva la presenza dell’infezione da Hiv e dell’immunodeficienza a essa legata. Questo tipo di riscontro estremamente tardivo all’inizio dell’epidemia, oggi non dovrebbe avvenire più. Dalle osservazioni di questi anni noi sappiamo che la storia dell’infezione è molto lunga, cioè che prima di giungere a questa fase tardiva ci vogliono 5, 7 anche 10 anni perché si abbia un’evoluzione della malattia virale nella fase sintomatica. Eiste quindi un largo margine di tempo per poter fare la diagnosi da Aids, perché il paziente si infetta molto tempo prima di ammalarsi”.

 

Cosa comporta questa diagnosi tardiva?

“Essenzialmente due cose. La prima è il danno clinico: il paziente fa diagnosi quando ha uno stato di immunodeficienza abbastanza avanzato. Con i farmaci oggi disponibili la terapia in questi casi può essere efficace in ogni caso, però la qualità e quantità del recupero immunologico non è paragonabile a quello ottenuto con un trattamento iniziato precocemente. L’altro aspetto importante è che questo soggetto, inconsapevole del proprio stato di infezione che consente all’Hiv di replicarsi liberamente senza che sia contrastato con alcun trattamento, è una persona a rischio di trasmettere l’infezione. Quando si riscontra l’infezione in un paziente, la prima cosa che si fa è di informarlo della necessità di avere rapporti sessuali protetti e comunque con la terapia, abbattendo la carica virale nel plasma, si riduce anche il rischio di trasmissione del virus”.

 

Photo: Ias2011\Forrest

 

Newsletter

Istituto Della Donazione

onp selezionata da iid 1

Community

community
Submenu:

Sieropositivo.it