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Marco Borderi, dirigente medico I livello U.O. malattie infettive, A.O. Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna, parla di come i pazienti Hiv siano cambiati e di come anche i farmaci si stiano adeguando al mutare dell’infezione.

 

 

“Nell’agenda della comunicazione l’Aids ha subito negli ultimi anni un black out che ha contribuito a dare forma all’attuale aspetto epidemiologico con cui si presenta l’infezione da Hiv”, così spiega il dott. Marco Borderi, dirigente medico al Policlinico S.Orsola-Malpighi di Bologna. “Per cui è cambiato il virus ma è cambiato anche il paziente. Che non percepisce più il rischio e giunge tardi alla diagnosi, con un quadro clinico seriamente compromesso. Ma per fortuna sono cambiati anche i farmaci”.

 

Farmaci diversi e nuovi per affrontare le caratteristiche che i pazienti oggi presentano, comorbidità non Hiv correlate, ma che hanno un nesso con l’immunoattivazione che l’infezione causa, quell’infammaging che è all’origine ad esempio di tumori ed eventi cardiovascolari. Insomma, i pazienti oggi si presentano in diverse sottopopolazioni difficili da trattare, perché proprio come nell’anziano, sono necessari farmaci con poche interazioni e ben tollerati.

“Esattamente. Quelli che parlano bene dicono che le comorbidità clusterizzano, come con le patatine una chiama l’altra ed è inevitabile, purtroppo. Se penso ai distretti che più mi interessano, rene e osso, già fisiologicamente a ogni anno che passa si registra una riduzione percentuale di massa ossea e una percentuale di filtrato. Il picco di massa ossea si registra tra i venti e i trent’anni e lo stesso per il picco di filtrato: ecco la prova che quella è l’età biologicamente assegnataci per restare sulla terra. Scienza e tecnologia e cultura ci hanno messo in grado di realizzare questa età post-riproduttiva che biologicamente non ha un senso, ma ha la stessa durata di quella biologica, trentacinque anni circa. Sugli effetti del tempo che passa noi non abbiamo nessun potere e i pazienti di questa fascia di età presentano problemi tipici dell’età, acuiti dall’azione dell’Hiv. Numerosi farmaci che noi usiamo picchiano su questi organi, in particolare su rene e osso che patiscono questo surplus iatrogeno necessario per rimuovere l’azione del virus, in aggiunta al fattore tempo, che è di per sé inevitabile. Vanno usate cautele particolari, ma scegliere il farmaco più appropriato per ciascun paziente è oggi possibile. Ricordiamoci che il bugiardino del virus è più lungo di quello dei farmaci”.

 

Per cui l’unica via percorribile è la personalizzazione delle terapie?

“Sì. Mi piace come il concetto è espresso dalle linee guida: “Sondando la vulnerabilità del singolo paziente”. Rispetto ai risultati degli studi pubblicati io devo decidere e valutare di volta in volta cosa è meglio per quel paziente che ho di fronte e che per età e altre caratteristiche è diverso dalla selezionata popolazione arruolata nelle sperimentazioni. Il che significa che non per forza il regime indicato dalle linee guida come quello di prima scelta sia preferibile per le condizioni cliniche complessive che presenta. Insomma, l`approccio che il medico deve avere e` di attenzione per la specificita` che ciascun paziente presenta e aderirvi, fornendo la risposta piu` efficace alla domanda di salute che e` formulata dalla persona che ha di fronte. Per formularla occorre saper interpretare il dato e rifuggire dalle generalizzazioni. L`HAART, intesa come la rivista che dirigo, ma anche come la terapia, per essere davvero efficace contro il virus deve parlare innanzitutto di persone e alle persone. Perche` e` la persona non il virus a dover essere al centro”.

 

Photo: Ias2011\M.Maggi

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