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Stefano Vella, direttore dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di Sanità e co-chariman di Ias 2011, parla di come si sta evolvendo di terapia e di salute globale, nonché delle sfide che comporta l’insorgenza di un fenomeno come i late presenters

 

“Nel Nord del mondo abbiamo ottenuto grandi successi”, dichiara Stefano Vella, direttore dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di Sanità e co-chariman di Ias 2011. “Grazie ai farmaci siamo stati in grado di cronicizzare l’infezione, ma la partita è ancora aperta. Ci sono segnali preoccupanti che indicano come esistano anche riprese delle infezioni: in alcune zone della Francia si registra un’incidenza simile a quella del Botswana, a Washington i numeri sono simili a quelli dell’Uganda. Accade perché i comportamenti e i contesti sociali agevolano la trasmissione del virus, e perché la percezione del rischio è bassa. I numeri in Africa e nel Sud del mondo sono diversi, là la malattia è a esito infausto perché, nonostante i successi dell’accesso alle cure, la stragrande maggioranza di chi ha bisogno di farmaci ancora non e ha. La recessione economica esacerba questo problema: ogni giorno nel mondo oltre 7mila persone contraggono l’infezione, un numero che è più che doppio rispetto a quello di quanti iniziano la terapia”.

 

La svolta nella messa a punto della terapia antiretrovirale si è avuta combinando insieme classi di farmaci diverse. Per la prevenzione, troppo a lungo pensate e proposta in modo disgiunto dalla terapia, si dovrebbe declinare un simile approccio di combinazione?

“Prevenzione, terapia e accesso alle cure vanno pensate insieme e insieme declinate. Le armi attualmente a disposizione, se implementate nel loro utilizzo, consentirebbero di fare molto. Si è visto infatti che con la diffusione dell’accesso alle cure, la terapia precoce è parte integrante della prevenzione. Una persona trattata con i farmaci, la cui carica virale è azzerata, non infetta gli altri. E l’efficacia della terapia sul singolo individuo si trasforma in un’efficacia estesa socialmente. Ma occorre che la persona sia a conoscenza del proprio status sierologico, cosa che non accade nei tempi e nelle dimensioni corrette. La bassa percezione del rischio fa sì che, per esempio, in Italia – ma è un problema simile in tutta Europa – oltre il 50% delle persone apprende di essere sieropositivo nello stesso momento in cui apprende di avere l’Aids. Si parla di late presenters, cioè di persone che apprendono della loro salute gravemente compromessa tardi. Prima, quando l’epidemia era legata a comportamenti noti – scambio di siringhe o sesso non protetto tra uomini – i tossicodipendenti e/o i gay avevano percezione del rischio e facevano il test. Oggi che la trasmissione è prevalentemente per via eterosessuale la scarsa percezione del rischio fa sì che le persone non chiedano di fare il test, come se si percepissero immuni da questo problema. In Africa, nel Sud del mondo, questo problema della presentazione tardiva è ovviamente amplificato”.

 

Insomma, la possibilità di estirpare dal pianeta l’Hiv resta lontana.

“La questione dei late presenters e della scarsa richiesta del test rende difficile la possibilità di spegnere l’epidemia con la strategia del treatment as prevention, che pure è approccio chiave. Se ne parlerà molto alla conferenza. Così come si parlerà molto di eradicazione. L’International Aids Society rilancia l’approccio per trovare una cura, che può essere una cura funzionale, cioè in grado di tenere stabilmente sotto controllo il virus con un profilo di tollerabilità ottimale, oppure l’eradicazione vera e propria, cioè la possibilità di stanare il virus dai reservoirs dell’organismo in cui si annida e di abbatterlo. (…) Non possiamo più limitarci a cavalcare l’onda, dobbiamo anticiparla. In un mondo così interconnesso tutto ci riguarda, ci è prossimo e vicino. A chi dice che l’Aids sta solo in Africa, ricordo che con un paio di ore di aereo si scopre la distanza che si separerebbe da quelle persone e da quei luoghi con i problemi annessi. Le malattie vanno colpite alla sorgente, se si vuole essere efficaci e responsabili nelle scelte strategiche. Non si può ragionare solo in termini egoistici e territorialmente delimitati dai muri: dalla linea Maginot in poi si è visto cosa accade a chi, sotto minaccia, si affida alle chiusure piuttosto che alla pro attività. La salute è un diritto: o è globale o non lo è”.

 

Photo: Ias/Steve Forrest

 

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