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Massimo Andreoni, professore ordinario di malattie infettive all’Università Tor Vergata di Roma, insiste sulla necessità che il laboratorio si integri con la società, e sul fatto che l’Hiv/Aids ritorni una priorità della politica sanitaria italiana e internazionale

 

Oggi chi si infetta?

Verrebbe da dire che nessuno è al sicuro, se non adotta comportamenti sicuri. Ma per adottare comportamenti sicuri occorre avere conoscenza e percezione di cosa è rischioso. Oggi tra i tossicodipendenti la pratica dello scambio di siringhe è scarsamente praticata e comunque è cambiata la modalità di consumo. Tra i giovani gay esiste una ripresa delle nuove infezioni, forse perché non hanno vissuto la botta dell’Hiv/Aids sul piano dell’identità come i loro compagni più anziani, che invece hanno guidato la risposta sociale all’emergenza. La maggior parte dei contagi avviene per via sessuale tra eterosessuali che non percepiscono il rischio nel fare sesso non protetto. Se ne parla di meno di Aids, forse anche in virtù dei successi della medicina, che è stata, almeno nel Nord del mondo, in grado di cronicizzare l’infezione da Hiv, e l’esito è che oggi circa la metà delle persone che giungono alle nostre cliniche hanno contemporaneamente la diagnosi di sieropositività e di Aids, con una grave compromissione clinica.

 

La lotta contro l’Aids è quindi vittima sul piano sociale del proprio successo e dell’efficacia percepita dei farmaci?

Per certi versi, se si vuole rimanere nel paradosso. Il farmaco è il surrogato di salute più accessibile. E le persone sono più disposte a prendere un farmaco rispetto a dover modificare i comportamenti, tanto più se il farmaco è nella percezione comune banalizzato e l’Aids narrata come condizioni clinica “banale”. La realtà di tutti i giorni invece è diversa, affrontabile più facilmente rispetto a prima, ma di certo non banale. I farmaci che oggi abbiamo sono sicuramente più potenti, meglio tollerati e stiamo imparando a usarli anche in modo non convenzionale, legando direttamente terapia e prevenzione. Studi recenti mostrano l’efficacia dei farmaci dati precocemente anche nel ridurre e azzerare l’infettività della persona che li prende, estendendo sul piano sociale l’effetto contro il virus. È stato infatti introdotto il concetto di carica virale di comunità perché si è visto, prima in modelli matematici, poi con dati sperimentali, che la diffusione e l’accesso precoce alle terapie è correlata con la riduzione di casi di siero conversione in un dato territorio. Una delle strategie efficaci per spegnere l’epidemia, in attesa di vaccini preventivi, sta proprio in quel test&treat che viene proposto e sperimentato in varie aree del mondo.

 

Tutto sotto controllo o sono solo false speranze?

Le speranze per definizione non sono mai false, semmai sono state male dimensionate o male posizionate. La scienza in sé sta facendo il proprio dovere, mettendo a punto strumenti efficaci. Ma occorre renderli disponibili, accessibili. E in questo occorre che il laboratorio si integri, attraverso l’impegno dei decisori, con la società. Detto più esplicitamente: ho farmaci efficaci ma se non li rendo accessibili precocemente non ne ottimizzo il beneficio clinico per la persona che ne ha bisogno, e la persona che ne avrebbe bisogno oltretutto apprende di averne bisogno tardi. L’Aids deve tornare in alto nell’agenda politica e della sanità pubblica, se ne deve riparlare in modo concreto e con risorse adeguate. E la priorità per tutti deve essere il test. Se si parla di Aids la gente può tornare a occuparsene senza per questo doversene preoccupare troppo tardi solo perché contagiati e ammalati.

 

Photo©IAS/Steve Forrest/Workers' Photos

 

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