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Nairobi è una metropoli che ti accoglie subito a suo modo e ti fa capire, fino dal tuo arrivo, cosa ti puoi aspettare se sei arrivato in Kenya soltanto per goderti il mare cristallino di Malindi o i cortei di elefanti, antilopi e leoni dei safari. Noi siamo qui per dare testimonianza concreta di un gesto di solidarietà, così ci accodiamo pazientemente in fila, in una calda mattinata di dicembre, in una delle tante e interminabili colonne di auto e di matatu (i bus locali), nel traffico infernali di una delle città più importanti del continente africano.

 

La nostra meta è Korogocho, quarta baraccopoli per grandezza, densità di popolazione e delinquenza di Nairobi. La capitale keniota è considerata fra le prime 5 città più pericolose al mondo, tanto da essersi conquistata il nomignolo di Nairobbery (da robbery: rapina) e gli slum – così sono chiamate le baraccopoli – sono un luogo sconsigliato ai turisti, ma siamo tranquilli perché alcune guardie in borghese si occupano della nostra sicurezza. Lo slum confina con la discarica di Dandora dove confluiscono tutti i rifiuti dell’area urbana di Nairobi e la nostra entrata avviene seguendo un canale maleodorante, uno scolo di rifiuti e di bisogni che percorre in lungo tutte le vie di Korogocho. Tra un tappeto di spazzatura e una distesa di lamiera arrugginita, che segnano come scheletri in decomposizione le abitazione dello slum, spuntano improvvisi come in un miraggio centinaia e centinaia di bambini che ti vengono incontro sorridenti e festosi. Sono fiori coloratissimi che illuminano di gioia il tuo cuore e restituiscono speranza ad un’umanità che qui sembra aver perso la propria dignità. A Korogocho non esistono luce elettrica, l’acqua è una rarità, non ci sono bagni e in ogni baracca di 3/6 metri quadrati, convivono mediamente 20 persone. Qui nasce la promiscuità che porta alle tante violenze e agli abusi sessuali sui bimbi. Degrado sociale e sporcizia che hanno spinto a livelli altissimi il tasso di mortalità causato dall’Aids. Negli slum non esistono gli anziani, si muore presto. A 40 anni sei il più vecchio della tua comunità, l’età media è di 15-20 anni.

 

Un’esistenza segnata da un duro destino che un manipolo di silenziosi eroi sta cercando di migliorare. Questi eroi hanno un nome e un cognome, ed è giusto farli conoscere, perché con il loro impegno, con le loro coraggiose associazioni danno quotidianamente un segnale di amore a queste anime ferite della Terra. Edmond Upondo Oloo con la sua Grapesyard ha costruito nel 1998 la prima scuola di Korogocho e Diego Masi nel 2008 ha creato Alice for Children, ampliando e ristrutturando questa oasi di speranza nell’inferno dello slum. Oggi siamo qui per inaugurare sette bagni, la cucina e i pavimenti delle aule della scuola costruita grazie alla raccolta di fondi indetta da il Giornale alcuni mesi fa. Con i bambini di Alice abbiamo scoperto la targa di ringraziamento, con loro abbiamo cantato e ballato. Mentre i nostri cuori catarticamente si purificavano di gioia, i loro sguardi felici ci restituivano il vero senso della vita. Infondo aiutare queste creature è come aiutare noi stessi, è come rimettere i punti e le virgole nella punteggiatura della propria esistenza. Ogni loro sguardo è un film d’autore, ogni sorriso, ogni loro pianto racconta un mondo, nei loro occhi ci sono tutte le sfumature dell’umanità. Devi solo fermarti ed avere il coraggio di fissarli, profondamente. Devi soltanto avere il coraggio di prendere questo regalo e portarlo dentro di te, per tutta la vita. Edmond e Diego, come le centinaia di uomini e donne che si battono nelle varie associazioni di volontariato sparse per il mondo, sono i nostri eroi, spesso dimenticati. Uomini che in silenzio regalano sorrisi in cambio di altri sorrisi e che smuovono un’energia così positiva della quale avremmo bisogno tutti, specialmente in questo pericoloso clima di odio politico che il nostro Paese sta attraversando. A volte un viaggio resetta lo spirito, lo pulisce dai virus, lo rende più limpido e aperto verso il prossimo, proprio come lo sguardo dei bimbi di Korogocho quando ti accolgono amorevolmente con il loro: how are you?

Oggi, 6 dicembre 2010, posso dire di stare meglio e di aver recuperato una parte di me stesso. Spesso chi compie gesti di solidarietà viene accusato di farlo per liberarsi la coscienza, per espiare retoricamente le proprie colpe, ma gli anni mi hanno insegnato a diffidare da chi pensa di non averne.

 

A volte basta il tempo di uno scatto per fare del bene. Come una Polaroid che si impressiona nella mente, un’istantanea indimenticabile. Come gli occhi di questi teneri bimbi, splendidi fiori nella spazzatura del mondo.

 

*Attore e autore teatrale

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