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Ci sono telefonate che possono cambiarti la vita. Come quella che Mary Fisher fece in fretta dall’aeroporto al suo medico, mentre stava partendo per una vacanza in Francia: aveva poco più di 40 anni. Scoprì improvvisamente che l’Aids non era più qualcosa che riguardava solo gli altri.

 Ora colpiva da vicino anche lei. Il suo ex marito, un pittore da cui si era separata un anno prima, le aveva trasmesso il virus. Prima delle nozze le aveva confessato di aver fatto uso di stupefacenti, ma non di avere utilizzato siringhe potenzialmente infette. Dopo quella telefonata, che le confermava di essere positiva al test dell’Hiv (e poi malata), Mary decise di dedicare la sua vita alla ricerca medica.

 

Artista, miliardaria, figlia dell’uomo che raccoglieva i fondi per il Partito repubblicano americano, amica personale delle famiglie Ford e Bush, nel 1992 si fece coraggio: sotto i riflettori della Convention del partito, ammise pubblicamente di avere contratto il virus, cominciando un’importante opera di sensibilizzazione contro i pregiudizi che colpivano i malati.

 

Da allora sono passati quasi 20 anni, ma Mary continua a rimanere un personaggio-chiave nella battaglia contro la malattia. Il presidente Barack Obama, nel discorso pronunciato il primo dicembre scorso in occasione della giornata mondiale contro l’Aids, ha detto: «Bisogna lottare per quelli come Magic Johnson (il campione di basket, ndr) e Mary Fisher, che dopo aver saputo che sarebbero morti, hanno reagito dicendo: “No, non succederà. Noi continueremo a vivere”».

 

Mary oggi è uno dei tanti “survivor”, cioè lungo-sopravviventi: i farmaci che prende ogni giorno riescono a tenere sotto controllo il virus. La incontro a Milano, nell’atelier della designer Donatella Pellini. È qui per raccontare il suo impegno contro l’Aids in Africa.

 

Insieme alle donne dello Zambia ha messo in piedi il progetto Abataka, una collezione di gioielli che si possono comprare online (www.maryfisher.com).

 

 Com’è nata questa collaborazione?

«Nel 1999 sono andata in Africa con una delegazione della Casa Bianca. In tutti gli incontri, da una parte ci sedevamo noi, dall’altra gli africani, malati di Aids. Cantavano e ci raccontavano le loro storie. Ero però a disagio: sentivo di essere dalla parte sbagliata. Avevamo la stessa malattia, eravamo uguali: il mio posto era vicino a loro. Da quell’esperienza ho imparato molto: queste persone non seguivano terapie, non avevano speranze, ma erano comunque felici. Tornata a casa, ho pensato a lungo a un progetto che potesse aiutarli».

 

I gioielli, appunto. Ne aveva mai disegnati?

«No. All’inizio tutti volevano dissuadermi: “Non funzionerà”, mi dicevano. Ma io sapevo che era una buona idea: potevo insegnare a creare braccialetti in poco tempo, non occorrevano troppi strumenti per realizzarli e, dopo la mia partenza, le donne dello Zambia avrebbero potuto continuare da sole. Ora sono diventate imprenditrici e si aiutano l’una con l’altra: c’è chi compra le perline, chi le lavora e chi investe il denaro in altre attività. Abataka, il nome del progetto, significa comunità: ognuna aiuta l’altra. Ciò che noi offriamo non è solo un’attività economica, ma uno stile di vita, un modo per essere più forti e per imparare a essere indipendenti. Un sogno, una speranza».

 

Nella sua vita, invece, c’è stato un momento in cui ha perso la speranza?

«Sì, un paio di anni fa. Avevo cambiato terapia e sono stata molto male. Non avevo più energia. Mi sentivo senza aiuto, senza futuro... Ma oggi sto di nuovo bene».

 

Quando ha scoperto di essere malata, ha provato rabbia nei confronti del suo ex marito?

«Sì, credo sia umano. Ho provato dolore, paura, astio. Mi chiedevo: “Perché proprio io?”. Ma poi devi perdonare. Avevo due bambini piccoli: non volevo che crescessero in mezzo alla collera. E neanche circondati dai pregiudizi verso i malati di Aids: per questo ho raccontato pubblicamente la mia malattia e sono diventata un’attivista. Non volevo che i miei figli si vergognassero di me».

 

Ci è riuscita?

«Quante volte le mamme si chiedono: “Ho fatto bene a educarlo così?”. Difficile trovare la risposta. Mio figlio più grande, Max, ha deciso di studiare cinema e ora sta girando un documentario. Sa qual è l’argomento? L’Aids visto dalla sua generazione. Quando l’ho saputo, ho capito che tutti i miei sforzi avevano avuto un senso».

 

Lei è una donna famosa negli Stati Uniti e proviene da una famiglia molto influente. Il suo impegno ha avuto un ruolo fondamentale nella lotta contro l’Aids. Crede davvero che anche ognuno di noi, nel suo piccolo, possa fare la differenza e cambiare un po’ il mondo?

«Sì. Non mi dimenticherò mai quello che mi diceva la first lady Betty Ford, mia grande amica: “Se butti un sasso, non saprai mai dove arrivano le onde che si propagano”. Non possiamo avere il controllo dei risultati delle nostre azioni. Devi agire perché pensi che sia giusto farlo e non per gli effetti che ne possono derivare. Quindi, vale sempre la pena di  gettare un sasso: se raggiungi anche una sola persona, magari puoi cambiarle la vita».

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