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«Ero in comunità terapeutica quando hanno scoperto la mia malattia. Sono passati 22 anni, sono ancora vivo, sto ancora bene nonostante tutte le prove che ho dovuto affrontare, e sono felice di ciò. Ma all’inizio è stato terribile»

 

Luca (il nome è di fantasia) sorride molto, il suo tono è pacato ma deciso, e non ha remore a parlare della sua vita, della sua patologia, dei suoi progetti e dei suoi sogni.

 

Cosa è successo dopo?

 «Ricordo l’ospedale, eravamo trattati come cavie da medici con scafandri e guanti, gli unici farmaci erano l’AZT e IVD se non ricordo male; non esistevano gli antiretrovirali di oggi. E non scorderò mai l’angoscia, la paura, la depressione. In quel mese e mezzo di ricovero ho visto morire tante persone, alcune giovanissime. Tossicodipendenti, come lo ero io, ma anche gay, e altri ancora. C’era chi moriva all’improvviso. Entravi nella stanza e trovavi il loro letto vuoto, che orrore. Pensavo di non farcela».

 

Ma ci sei riuscito, e il tuo rapporto con la droga?

 «Una lunga storia di parziali successi e fallimenti, carcere compreso. Avevo 13 anni quando ho cominciato a drogarmi, il bisogno continuo di denaro mi spingeva a rubare. Ma il fatto che oggi l’Aids sia una malattia controllabile, non la condanna a morte di un tempo, mi ha dato la forza di smettere. Sono due anni che non uso sostanze, e credo ancora nel futuro».

 

E il tuo presente, come vivi oggi?

 «Percepisco una pensione d’invalidità civile, 284 euro. Sono iscritto al Collocamento nelle liste delle categorie protette e di quelle dello spettacolo, amo il teatro. Spero in un sussidio dell’assistenza sociale. Vivo in una casa ATC; non è facile ma riesco a cavarmela dignitosamente, e questo non è male».

 

Si può imparare ad accettare l’infezione da Hiv?

 «Non si accetta mai, si può imparare a conviverci, a gestirla. A prendere coscienza della malattia e di ciò che comporta. Io ho più di quarant’anni, nuoto, amo la montagna e fare lunghe passeggiate. Facevo free climbing e thai boxe; ho molti amici e mi sento in forma. Ma non è per tutti così».

 

E’ andata sempre così bene?

 «No, non è andata sempre così. Sono stato ricoverato oltre 10 volte, per diverse infezioni. Anche per una leggera neuropatia con ripercussioni sulle gambe; ho temuto di finire su una sedia a rotelle. Prendo due farmaci antiretrovirali, Kaketra e Truvada, ma quando gli esami del sangue vanno bene mi stacco dalla cura.Il mio ottimismo mi aiuta al di là dei farmaci».

 

Penso sia meglio starci attenti Luca, ma ora, se vuoi, parliamo un po’ dei tuoi affetti. La tua famiglia di origine?

 «I miei genitori sono morti. Ho fratelli e sorelle, ma con loro avevo rapporti ambigui, difficili. Venuti a sapere della mia condizione si sono allontanati, ma non ho rimpianti particolari».

 

Hai una compagna?

 «No, non sono mai stato sposato né ho convissuto. Ricordo un mio antico amore, ero un ragazzo, mi drogavo molto e lei lo sapeva, mi è stata vicino, ma poi è finito tutto. Ho avuto altre donne, relazioni di breve durata. Sono stato attento a non contagiarle, ma non ho detto nulla della mia malattia. Mi auguro di trovare una compagna, ma rinuncerò ai figli. Non accetterei mai il rischio di far nascere un bimbo sieropositivo».

 

Se ti chiedo di rivolgerti a coloro che condividono l’esperienza della tua malattia, lanciare un messaggio attraverso il nostro giornale, parlando con il cuore però, più che con la ragione…

 

«Dico che vale la pena continuare a lottare, a vivere. Non importa per quanto, è la qualità dell’esistenza che conta.
E fino a quando avrò forze per farlo, proseguirò il mio cammino, dovessi spaccare il mondo. In senso buono ovviamente».

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