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Domande frequenti (F.A.Q.)

Controlla nelle nostre domande frequenti (F.A.Q.) prima di formulare la tua domanda, grazie.

Categoria: area psicologica

Domanda:

ciao...volevo raccontare il mio caso, io sono un pauroso...ho una gran paura di essermi infettato ma non faccio nulla per scoprirlo...perchè?perchè un responso hiv+ mi ucciderebbe, so che non dovrei dire così ma...tutta colpa della mia abitudine malefica (che oggi non ho più)di andare con le prostitute, con una di loro si è rotto il profilattico (che ho sempre dico SEMPRE usato) e da allora, quindi tre anni, tremo ad ogni minimo malessere nonstante le rassicurazioni di medici e sapienti, non ho mai fatto nessun test.... Ora io ho paura per la mia compagna, nessuno ha diritto di soffrire per i trascorsi vergognosi della mia vita, vorrei tornare indietro ma non si può. datemi un consiglio, grazie

Risposta:

Avere paura è normale, come è normale sentirsi in colpa per essere andato con una prostituta. Ma il problema centrale non è questo è il fatto che tu rifiuti te stesso, ti senti in colpa e ti condanni. Questa condanna alimenta una parte di te, la rafforza, la nutre. Il mio consiglio è quello di andare verso te stesso, imparando a capire perchè in passato avevi quell'atteggiamento, ancora prima di condannarti a tutti i costi. E se non ce la fai a farlo, trova qualche esperto che ti aiuti in questo. Nella vita si fanno degli errori, è normale. Ma molto spesso ci dimentichiamo PERCHE' li abbiamo fatti, ci dimentichiamo le condizioni che ci hanno partati a farli. Forse eri insoddisfatto, o ti sentivi solo o semplicemente non avevi trovato qualcuno che ti realizzasse sotto il profilo affettivo o sessuale. Dobbiamo imparare ad amarci e ad accettare il nostro passato ed i nostri errori. Siamo umani, amico mio... Oggi che sei un po' più forte cerca di farti coraggio e di accettare le tue precedenti debolezze. Parlane in questo modo con la tua donna, dopo che ti sei abbracciato ed amato per quello che eri e per il modo in cui affrontavi la realtà. Se l'Amore è fra di voi, lei ti capirà e ti darà il coraggio per verificare se il tuo passato ha macchiato anche il tuo presente, in questo modo smetterai di essere un ragazzo e diventerai un uomo. Per il resto sappi che oggi l'AIDS è una patologia che fa un po meno paura. Ma credo che il problema non sia la malattia, ma la mancanza di coraggio ad accettare quella parte di te che si rifà al tuo ieri. Sei a metà del tuo percorso: devi crescere, ma ne hai paura. Questo aldilà dell'età anagrafica che hai. Hai paura di verificare se il tuo passato è realmente morto, ma in tal modo non sei nemmeno pronto ad abbracciare il tuo futuro che ti attende radioso. Eppure, forse, proprio nel tuo ieri è racchiuso il segreto per rendere il tuo oggi ancora più bello ed amorevole. Affinchè tu possa diventare un uomo che ha imparato ad amarsi e ad amare. Fai il test, il gioco ne vale la candela.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Sono un Responsabile di laboratorio analisi e avrei bisogno del vostro aiuto per affrontare il delicatissimo atto della comunicazione della sieropositività (Test elisa anticorpi antiHIV) ad un essere umano. Per il tipo di struttura sanitaria non esiste un gruppo di sostegno a casi del genere. Vi ringrazio!

Risposta:

Il delicatissimo momento della comunicazione della diagnosi! Quando la persona scopre o ha la conferma di essere sieropositiva, indipendentemente da come è arrivata al test, ci troviamo davvero in un momento molto delicato, in cui viene elaborata una prima reazione tra quelle abituali (shock, negazione e rifiuto, aggressività, ansia, depressione, paura) e in cui è molto alto il senso di smarrimento e confusione. Il modo e il contesto della comunicazione della diagnosi sono estremamente importanti nel determinare la reazione psicologica del paziente che lo accompagnerà per molto tempo. Quando si riceve la diagnosi presso una struttura che si occupa in modo specifico di aids, non si riceve solo questa comunicazione ma contestualmente si danno tutte le informazioni utili per affrontare i primi dubbi e lo smarrimento inevitabile, si viene presi in carico dalla struttura e si prospetta la formulazione di un progetto terapeutico. Viene comunicata la diagnosi e allo stesso tempo è presentata la strada percorribile per affrontare la malattia e le strutture atte ad accompagnare la persona in questo suo cammino. L'immediato messaggio per la persona è di non essere sola ma piuttosto di essere contenuta, di potersi appoggiare e farsi guidare, ottenendo una prima grande rassicurazione. Spesso in queste situazioni è prevista anche la presenza di psicologi, a volte da parte di associazioni di volontariato piuttosto che delle ASSL, che garantiscono uno spazio di ascolto e di elaborazione di quanto la persona sta emotivamente vivendo. Quando la diagnosi è data in un qualunque laboratorio di analisi il rischio è quello di ricevere semplicemente un foglietto con l'esito, non accompagnato da altre notizie, o da persone che possano immediatamente trasmettere la presa in carico dei bisogni del paziente. Il pericolo è che la persona, già frastornata dalla comunicazione, abbia la sensazione di essere completamente sola e di poter contare solo sulle proprie risorse, oltre ad essere costretta ad attivarsi per cercare delle informazioni che non le vengono immediatamente offerte o ad essere per reazione tentata a negare il dato convincendosi che si è trattato di un errore. Non conosco la vostra realtà, ma in ogni caso è bene che la comunicazione della diagnosi non sia mai una semplice trasmissione dell'informazione affidata ad un foglietto e soprattutto che non sia l'unica notizia data alla persona. Se fosse possibile dovrebbe essere pensato un contesto in cui possa avvenire una comunicazione tra persone, in cui sia possibile stabilire un rapporto, anche breve ma decisivo, di reciproco ascolto, in cui l'espressione possa avvenire in entrambe le direzioni, e in cui ci sia la disponibilità ad accogliere lo smarrimento della persona e a fornire gli elementi necessari per affrontare, almeno in un primo momento questa nuova consapevolezza. Laddove non fosse possibile si dovrebbe almeno pensare di accompagnare il foglietto con altro materiale che possa trasmettere quelle informazioni utili alla persona sulla sieropositività e per muoversi nel territorio facilitandogli la ricerca delle risorse e sostituendo, anche se in modo decisamente insufficiente, la comunicazione diretta con una persona. Ci sarebbe poi ancora da dire rispetto al modo di comunicare, ai livelli di comunicazione che non è solo verbale, agli stati emotivi e ai pregiudizi che interferiscono con la comunicazione, e soprattutto alla consapevolezza che comunichiamo con tutto noi stessi, che non possiamo non entrare completamente in gioco in una relazione che necessariamente è intensa. Riconoscere il momento della comunicazione della sieropositività come delicatissimo è il primo passo importante, bisogna poi renderlo un'occasione di relazione e di condivisione del sapere.

Domanda:

Non sono sieropositiva ma vivo ossessionata dalla paura di contrarre questa malattia e che la possa contrarre mia figlia, sono andata di recente anche da una psicologa ma dopo 6 mesi di cura i sintomi sono sempre uguali, non faccio che trovare in ogni situazione la possibilita' di contagio. Sapete condigliarmi qualcuno in grado di aiutarmi una terapia psicologia o farmacologica?

Risposta:

Il problema della paura è un problema fondamentale della natura umana. L'uomo, essendo tale, per antonomasia ha paura di morire. Se tu guardi bene in te stessa, sono certo che potrai renderti conto che non è il contagio dovuto all'AIDS a spaventarti. Ammalarti di AIDS o di Cancro, in fin dei conti, non fa molta differenza. Tu hai paura di morire, esattamente come me. Per questo, all'interno di un counseling terapeutico, il medico ed il paziente devono uscire dal loro ruolo ed entrare in una relazione assolutamente profonda. Io non ho vinto la mia paura di morire, esattamente come te. Ed in effetti questa sarebbe davvero una grande sfida: vivere non averndo paura di non vivere. Se un uomo così potesse esistere, se io stesso e tu con me, potessimo stabilizzare in noi la sensazione che non si muore, che al massimo SI CAMBIA DI STATO, che nulla si crea e nulla si distrugge, beh allora saremmo persone diverse, rigenerate e vedremmo le cose sotto un altro punto di vista. La vita cquisterebbe un senso diverso. Qui è la differenza fondamentale fra la psicologia e la spiritualità. La prima non crede sia possibile per l'uomo superare la sua fondamentale paura, la seconda ritiene invece che sia possibile. E ci offre esempi lampantissimi, che in alcuni casi riteniamo "leggendari" per quanto sono belli e luminosi, di uomini che non hanno smesso di soffrire, ma hanno smesso di avere paura di morire. E non sto parlando soltanto della morte fisica. La morte fisica è lo spauracchio più "voluminoso" di cui abbiamo paura. Ma esistono altre piccole "morti": l'addio di qualcuno che abbiamo intensamente amato, la fine di un viaggio, la chiusura di un rapporto. Molte volte noi abbiamo paura di essere noi stessi perchè abbiamo paura di perdere qualcosa, di perdere l'affetto dei nostri cari, di perdere la loro stima, di perdere la loro considerazione. Eppure si inizia proprio da lì ad affrontare il tuo problema: la paura della morte si combatte soltanto con l'amore verso se stessi. E questo amore genera il coraggio di essere, di affrontare le situazioni, di imparare anche a dire a voce alta: NO. Per imparare a morire, dobbiamo imparare a vivere. Da qui ti auguro di trovare qualcuno che non ti aiuti solo a curare gli effetti del tuo disagio, ma soprattutto di aiutarti a trovare un modo nuovo per relazionarti a te. Per aiutarti a vivere con te stessa una nuova storia amorosa. Qui è la radice di tutti i nostri "non sensi".

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Ho scoperto questo sito navigando in internet dopo la mia grande depressione che sto incontrando dopo quasi sei anni di avere scoperto di essere HIV+ , è gia da un anno che ho smesso la cura e non so darmi una risposta nemmeno io! Non riesco più a prendere i farmaci non riesco nemmeno a guardarli pur sapendo che è l'unica mia salvezza PERCHE? Sento che dopo un anno devo ricominciare ritrovare uno stimolo per ricominciare a curarmi e tornare a fare una visita ma non riesco.... e' come voler nascondere a me stesso che sono cosi, come faccio con chi mi sta intorno sentendomi sempre più solo e depresso . vi prego aiutatemi, grazie

Risposta:

Caro Amico, comprendo molto bene il tuo stato d'animo. E credo che hai detto proprio bene su te stesso: ti senti solo. Dalla fascia d'età che hai segnato posso vedere che siamo coetanei. Alla nostra età, nella nostra diversità, è possibile sentirsi soli. Anzi è consequenziale. E' normale. Il rifiuto delle medicine, anche quello è normale. Le hai prese per sei anni, probabilmente non ne puoi più. Ora vorresti un po’ di respiro. E forse vorresti un amore vero, vorresti uscire dal "meccanismo" ripetitivo. E' giusto che tu lo voglia. Devi pretenderlo. Io personalmente andrei dal medico per parlargli della mia scelta, condividerei con lui la mia volontà di astenermi dalla terapia. Le cose poi cambiano con il tempo, si trasformano. Senti quello che lui ti dice, programma con lui un periodo di stop. Perché non esiste soltanto la salute del corpo, ma esiste anche quella della psiche, del nostro mondo interno. Non conosco le tue condizioni, non so se puoi permettertelo, ma cercherei di stare con me stesso. Di sentire che senso ha la vita che ho trascorso, cercherei di trovarlo questo senso. E la vita HA un senso che ciascuno deve indagare. Io sono qui, se vuoi puoi parlare con me. Se vuoi, se mai passi per Roma, ci si può anche incontrare. Ma non per parlare di malattie, malanni o medicinali. Ma per mangiare una pizza insieme, guardare un po' di cine. La vita, forse, ha un senso in questo. In questa grande cosa che è chiamata Amicizia.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Sono un ragazzo omosessuale e sieropositivo da sette anni, quattro dei quali, i primi, di cura. In questo momento sto abbastanza bene fisicamente, anche se ho qualche dato che ogni tanto fa i capricci... Da un po' di tempo frequento, e mi sono innamorato, di un ragazzo di vent'anni. E' da tanto che non provavo le tante emozioni del cuore, mi sentivo ben più che arido...spento. Pensavo di non dover amare più per non poter amare più. Ed ho incontrato lui... Molte volte in questi sette anni ho intrapreso rapporti e ho sempre ho avvertito i miei compagni della mia situazione ricavandone risultati contrastanti ma non mi importava granché delle altrui opinioni, mi bastava essere in pace con la mia coscienza. Ora e' diverso: lui lo amo. Lo amo da impazzire e infatti sto impazzendo. Non abbiamo rapporti completi, per fortuna, perché non sono mai capitati, e anche se capitassero userei le dovute precauzioni, ma sono tutte le altre centinaia di cose che mi lacerano la coscienza, che non mi fanno dormire, ma il mio piccolo paese di linfociti sta diventando un paese di emigranti. Non mi resta che amare...forse.

Risposta:

Innamorarsi è davvero un'esperienza straordinaria, sia che accada con un ragazzo di 20 anni che ad un vecchietto di 80. A volte, però, le nostre esperienze amorose non ci aiutano ad entrare con maggiore dolcezza dentro di noi, non ci aiutano a vederci per quello che siamo, a condividere quello che siamo, ad aprirci totalmente. A volte, per un bisogno sessuale, per un'attrazione fatale, per un bisogno affettivo straordinario o soltanto perché il nostro patner ha 20 anni, un bel viso, un bel corpo e ci stimola tanta passione ci dimentichiamo che l'amore viene subito dopo: finita la passione, finito il bel viso, finito l'infinito desiderio dell'altro. Allora e solo allora fanno capolino i veri sentimenti, quelli di cui io e te abbiamo bisogno davvero. Eppure, è normale che accada, siccome tali bisogni vengono raramente soddisfatti ci si ferma ad accontentarsi di un fuoco che almeno fa calore. Ed anche se è fatuo che importa? L'importante è vivere, o forse, l'importante è prendere calore da qualsiasi fonte che ne distribuisca almeno un poco in questo grande freddo. Ma non è questa la tua situazione, vero? Tu ora sei innamorato! Il vento dell'amore vero ha spalancato le sue porte e ti ha permesso di conoscere la voglia di vivere, di condividere, di essere con l'altro. Tutto ok, fratello. Tutto ok. Vivi tutto questo fino in fondo. Ma ricordati che l'amore viene subito dopo, quando terminati gli entusiasmi tu lo guarderai in viso e gli confesserai la tua sieropositività. Sarai come la vita per un adolescente pieno di sogni e di allegria: gli mostrerai che esistono infiniti silenzi dentro di te. Gli mostrerai che esiste non tanto un dolore o una paura, ma la consapevolezza di qualcosa di straordinario e cioè che la vita va vissuta ogni giorno, cogliendola momento per momento, senza proiettarsi troppo in un domani che non ci appartiene. L'unica cosa che rimarrà, quando deciderai che è giunta l'ora di scoprirti,saranno le radici del vostro rapporto. Se sono salde, in salute e forti, il vostro rapporto, assai probabilmente, durerà per tanto tempo e tu sarai per lui un faro e un porto e lui per te. Se non lo sono, non avere paura di guardare in faccia ciò che è vero. E' meglio guardare la vita per quello che è, piuttosto che infilarsi in sogni immaginari che verranno frantumati al nostro primo risveglio.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Ciao,ho scoperto la mia sieropositività circa un anno fa insieme al mio compagno, anche lui sieropositivo,contagiato da me. La nostra relazione si è conclusa qualche mese dopo. Ora tra noi c'è molta incomprensione e rabbia. Tutta la mia vita si è stravolta (la scoperta della sieropositività è coincisa con il mio avanzamento professionale,nel senso che mi sono staccato dall'azienda per la quale lavoravo da dieci anni,per mettermi in proprio.), sono chiuso e triste e poche sono le cose che riescono a distrarmi. Non so da che parte iniziare.

Risposta:

Recentemente apro un'e-mail che mi è arrivata simile alla tua: il mio compagno mi ha lasciato quando ha saputo della mia sieropositivitità, la mia vita affettiva si è interrotta, il mio cuore si è spezzato. E lo credo bene. Una malattia è come una Grande Maestra, non so se tu sei mai stato in India e hai mai visto una statua della Grande Dea Kali. Con tante braccia la Dea Kali balla su dei corpi morti. E' la Dea della morte, ma anche del cambiamento, della rigenerazione. Rimanevo, nei miei viaggi in Oriente, sempre estremamente sorpreso su come potessero quegli uomini laggiù adorare ed onorare una Dea così terribile, dalla faccia mostruosa, che beve il sangue di coloro che ha ucciso, direttamente dal loro cranio. La Dea Kali nell'induismo ha un posto d'onore. Come è possibile? Lo è perché gli indiani hanno compreso una cosa che per noi rimane ancora fredda e lontana. Hanno compreso che nella vita di un uomo la Dea Kali fa, prima o poi, presto o tardi, il suo ingresso. E quando giunge taglia, uccide, purifica, fa morire ciò che era vecchio, inutile. Certo la sua azione non è affatto indolore, anzi. E' proprio attraverso il dolore che si comprende che la Dea sta passeggiando nella vita di un uomo. E quando giunge rinnova, sempre. Ho passato anche io momenti assai simili ai tuoi. Ed ho visto la Dea Kali passeggiare su di me, nello stesso modo in cui passeggia con i suoi piedi insanguinati sopra i corpi rappresentati nei mille dipinti dei templi indù. Tutto ciò che era, ora non è più. Tutto va rinnovato, tu stesso devi cambiare. Questo è il messaggio della Dea per noi e noi dobbiamo imparare a recepire questo suo messaggio se vogliamo crescere, se vogliamo trasformare questa esperienza in un rinnovamento. Cosa puoi imparare da tutto quello che ti sta capitando? Come puoi ricostruire la tua vita affettiva? Su quali nuovi presupposti? Cosa hai taciuto fino ad oggi? Cosa devi invece dire? Cosa devi modificare? Come reimpostare un rapporto affettivo? Lo stai cercando? Ti stai muovendo nel modo giusto? Ti stai mettendo in gioco nella maniera giusta? Stai, insomma, ricostruendo la tua nuova vita? Rimango in ascolto.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

2 settimane fa il mio compagno ha scoperto di essere sieropositivo. Ho fatto subito il test anche io anche se non abbiamo mai avuto rapporti senza preservativo e orali senza eiaculazione in bocca e sono risultato sieronegativo. Ho passato momenti di panico: rabbia per questa cosa capitata "a me" dopo aver sofferto anni per accettare (cosa ancora non ben riuscita) la mia omosessualità, rabbia verso di lui che in passato non ha preso precauzioni particolari. Terrore al pensiero di non saper gestire questa cosa. Ho passato notti insonni e ho anche meditato di suicidarmi per non sopportare il dolore di vederlo star male (sono già in cura con antidepressivi). Non ho avuto paura del test, ho pensato che comunque non avrei detto nulla a nessuno e basta. Ora sono un po’ più tranquillo perchè capisco che lui è ancora vicino a me, e in fin dei conti è lui che deve essere aiutato non io. Non lo condanno per quello che ha, non sono Dio e nemmeno un giudice e questa cosa poteva succedere a chiunque... Lui mi dice di essere una merda (scusate l'espressione) ma io gli dico che non è cosi. Ho paura, a volte la notte mi sveglio con la tachicardia. Perchè devo reggere anche questa cosa ? Lui è il mio 1° ragazzo. Diciamo che mi ha salvato perchè l'ho conosciuto proprio nel momento peggiore della depressione. Grazie a lui ho scoperto la vita, ho capito che essere gay non è una colpa, che l'amore è bellissimo e ora qualcuno da Lassù mi fa questa cosa... Ora vedo le persone ridere e scherzare anche al lavoro e le odio, invidio i miei colleghi e i ragazzi della mia età perchè non hanno questi pensieri... Odio il mio responsabile che tradisce sua moglie con ragazze conosciute in chat e penso sempre che questa cosa doveva meritarsela lui, non il mio ragazzo. Poi mi pento di questi pensieri e mi sento in colpa, ma come un velo di delusione per questa cosa capitata a me vela il mio cuore. Rivedo il mio ragazzo e queste sensazioni passano. L’altra notte ho avuto paura a fare l'amore e lui ha pianto dicendo di capirmi. Io sono stato male "dentro". Scusate lo sfogo e la confusione, ma vi ringrazio per aver dato la possibilità a tutti i miei pensieri di uscire da me : a parte lui non so a chi confidare la cosa perchè lui mi chiesto di non farlo…. per lo meno non ancora perchè non si sente ancora pronto. Grazie infinite per l'ascolto.

Risposta:

Ciao. Ho letto la tua email e mi sono sentito vicino molto a te. Stai vivendo un'esperienza molto forte, da quello che capisco hai forse meno di trenta anni. La tua omosessualità, la tua lotta per accettarla, ora si aggrava di un nuovo nemico... eppure se esiste un Dio questo ti ha messo nella condizione di avere sin da giovanissimo una serie di duri banchi di prova. Hai dovuto da subito lottare per emanciparti, hai da subito dovuto lottare per affermare al mondo chi sei, la tua diversità, il tuo dolore, le tue caratteristiche personali. E questo ti sta rendendo un uomo. Ma dire che questo processo è doloroso è dire poco. Eppure questo è il modo in cui si cresce, anche se con tanto dolore, con le depressioni, le tachicardie, le paure. Tutti i grandi ne hanno avute. Ma non dico questo per consolarti, né lo dico per suggerire l'idea scema del "mal comune mezzo gaudio". Ma lo dico come un fatto. Sei nato diverso e sei stato messo in una condizione di diversità e questo ti sta temprando. La tua scelta poi di stare con un uomo Hiv+ è incredibilmente matura, c'è invece chi è stato abbandonato, chi invece è stato lasciato, deriso o addirittura odiato per la sua sieropositività. Tu questo non lo hai fatto. Sei un uomo. Ora è normale tutto quello che stai passando, fatti aiutare semmai. Vai da qualche amico interiormente maturo, o se vuoi da qualche specialista. Con il tempo passerai questi periodi difficili, riuscirai a vedere le cose con maggiore rilassamento, riuscirai a respirare con maggiore serenità e con meno tachicardie. Sai, sei prezioso per il tuo ragazzo; ma se puoi dimenticati (quando puoi) della sua sieropositività. Amalo per quello che è, non per il fatto che sta male. Vivi anche nell'ottica di lasciarlo un giorno, proprio come se fosse un rapporto normale. Non fare in modo che a legarti a lui sia la malattia. Vai oltre, perchè forse la malattia è una grande menzogna. Forse si è malati davvero quando si diventa ipocriti, vuoti, falsi. Ma tu questo, mi sembra, non lo sei mai diventato.

dott.ssa Pavla Moravcová

Risposta:

Caro Amico, dalla tua e-mail descrivi un quadro clinico estremamente interessante. Non ti conosco e non posso dire nulla di te, ma ti invito a non fermarti solo al problema "del contagio di una malattia grave". Credo che questo problema nasconda altre insoddisfazioni legate probabilmente alla tua vita. Spesso la paura del contagio nasconde una profonda paura di relazione, un bisogno di fuga dall'altro, un modo per giudicarlo. Eppure l'altro siamo noi stessi ed il modo in cui ci rapportiamo con il nostro prossimo è sempre indicatore del modo in cui ci rapportiamo con noi stessi. Da questo punto di vista bisognerebbe partire. Se vuoi, ti ascolto.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Vorrei aiutare un mio amico sieropositivo da 12 anni,ma non so come e quali comportamenti adottare.ho paura di perderlo come amico.grazie

Risposta:

Il mio unico consiglio è quello di stargli vicino, di non trattarlo diversamente dagli altri. La persona sieropositiva non è in realtà diversa da te, come te ha bisogno di essere trattata normalmente, di essere amata o anche odiata. L'eccessiva attenzione come l'eccessiva distanza sono sinonimi di cattivo comportamento.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Ho intrapreso da poco una relazione sentimentale con una s-, la quale è a conoscenza del mio problema. Ha accettato di continuare con me questa storia, ed insieme (specialmente io) stiamo cercando di non cadere nella fobia di trasmettere il virus, e stiamo cercando di abituarci a vivere i nostri rapporti sessuali con l'attenzione che ci suggeriscono i medici e gli amici sierodiscordanti. Ovviamente pensiamo entrambi che questo possa essere un rapporto duraturo, per cui entrambi pensiamo di progettare la nostra vita insieme immaginando di voler avere in un prossimo futuro dei figli. Mi chiedo: è possibile avere figli sani in un rapporto tra sierodiscordanti? So che un sacco di gente ce li ha, ma non capisco se queste persone hanno accettato dei rischi o sono ricorsi a particolari metodi ginecologici. Io vorrei pensare alla possibilità di avere dei figli ma non metterei mai a rischio la salute della mia compagna per averne. Grazie delle eventuali risposte. Penna

Risposta:

Proverò a risponderti anche se ti invito a rivolgerti all'area medica se vuoi maggiori dati. La trasmissioni del virus può avvenire da parte di una madre sieropositiva al figlio attraverso il sangue, durante la gravidanza e il parto, o attraverso l'allattamento al seno. Una corretta profilassi (terapia antiretrovirale durante la gravidanza), il ricorso al parto cesario, l'allattamento artificiale, la somministrazione di farmaci al bambino nelle prime settimane di vita, permettono di ridurre drasticamente la possibilità di trasmissione del virus rendendo il rischio minimo (si parla oramai di un'incidenza pari al 2% dei casi). Raramente i bambini nati da madre sieropositiva sono realmente contagiati dal virus e quindi sviluppano la malattia; generalmente si assiste ad una loro negativizzazione per la perdita degli anticorpi ereditati dalla madre. In molte realtà territoriali esistono consultori ginecologici che si occupano specificatamente della donna sieropositiva in gravidanza e che la accompagnano in tutto il cammino garantendo l'assistenza e la consulenza necessarie. Naturalmente il rischio di trasmissione è inesistente se la donna è sieronegativa ed è altrettanto basso se il partner della donna è sieropositivo ma vengono utilizzate tutte le precauzioni per evitare la trasmissione del virus all'interno della coppia. La trasmissione avviene solo in linea madre-figlio e non in linea padre-figlio attraverso la fecondazione. Occorrerebbe una preliminare trasmissione del virus alla madre e poi da essa al figlio. La strada da percorrere è quindi necessariamente quella della prevenzione all'interno della coppia, sapendo che i rischi possono essere ridotti moltissimo mediante l'uso del profilattico che resta la forma più semplice ed efficace di prevenzione a nostra disposizione. Se è vero che aumentano i casi di trasmissione del virus nelle coppie eterosessuali è anche vero che questo in genere avviene perché i rapporti sono a rischio in seguito alla non conoscenza del proprio stato di malattia e per la mancanza di comunicazione tra i partner. Allo stesso modo è vero che aumentano le coppie sierodiscordanti consapevoli, perché la sieropositività è sempre più una condizione con la quale si può lungamente convivere e che non deve compromettere le nostre relazioni e interferire con tutta la nostra vita. Tutti noi, sieropositivi, sieronegativi, anche sieroindifferenti, abbiamo a che fare con l'HIV, esso è comunque parte della nostra vita, indipendentemente dal nostro accettarlo o meno, e ci chiede in continuazione di ricordarlo proprio per poter non rinunciare a nulla. Aiutiamoci a ricordare. La sincerità è un bene prezioso e sono molto felice di quanto mi racconti rispetto alla vostra relazione.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Sono trascorsi 10 giorni da quando mi hanno informato sulla mia sieropisitività. L'impatto è stato decisamente tragico; nonostante la conoscenza di fondo che le condizioni di un sieropositivo sono cambiate rispetto a 20 anni fa, comunque in me c'è dubbio e paura.Ho reagito credo nel migliore dei modi, continuando a fare tutto come sempre. Ho paura di avere presto una sorta di crollo psicologico. Bisogna temere il peggio?

Risposta:

Non subito riusciamo a renderci conto di quanto ci sta capitando, della nuova realtà che improvvisamente ci travolge. Occorre del tempo perché diventi vera e ancor più tempo perché possa essere in qualche modo accettata come parte di noi e come stato con il quale dobbiamo e possiamo convivere. Molto bene continuare a fare tutto come sempre, non tutta la vita è stata stravolta o deve necessariamente esserlo e con un po' di tempo sarà possibile conoscere sempre più il tuo stato di sieropositività e imparare a guardarlo in faccia per poi affrontarlo. Certamente continuare a fare tutto come sempre, senza però dimenticare quanto ti è stato diagnosticato, continuare a muoverti a modo tuo ma con questo pezzetto di conoscenza in più. Parli della paura di un crollo nel prossimo orizzonte ed in un certo senso questo può proprio essere il passo successivo quando si fa fatica a mettersi di fronte alla sieropositività, quando in qualche modo si cerca di negarla o si pensa che c'è stato un errore, che non può essere vero, che forse è tutto un brutto sogno. Per quanto si possa essere preparati alla diagnosi, non so come tu sei arrivato e con quali timori al test, la comunicazione del risultato positivo è sempre uno shock ed è assolutamente necessario per ognuno un tempo, più o meno lungo, di elaborazione. Il primo passo è arrivare a poter dire ora so di essere sieropositivo. E questo può essere già molto difficile. A questo punto è importante informarsi, comprendere, imparare a conoscere il virus e a conoscere gli strumenti per te migliori per affrontarlo. E soprattutto informarsi per affrontare le paure tue e degli altri, perchè nulla sia compromesso e perchè tu possa vivere anche la tua sieropositività alla luce del sole. A presto.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Ho avuto un anno fa un unico rapporto sessuale non protetto con una ragazza che conduceva una vita sessuale promiscua. Mi hanno spaventato voci sulla ragazza che parlavano di una sua possibile infezione di tipo sessuale ma non si sa di che genere. Ho fatto le analisi del sangue di routine mentre un amico, che ha avuto un rapporto non protetto con la stessa ragazza, ha fatto anche il test Hiv ed è risultato negativo. Ciononostante mi sento ancora intimorito anche se tutti gli elementi sono a “mio favore”.

Risposta:

Aiutami a capire. Hai fatto un generico esame del sangue o hai chiesto di verificare la possibile sieropositività all'HIV? Sicuramente un rapporto sessuale non protetto è una reale fonte di timore circa la possibile trasmissione dell’HIV, soprattutto se non si conoscono le abitudini sessuali del partner. Questo è ancor più vero se si considera che l'infezione può mantenersi a lungo silente e quindi il nostro partner può non presentare nessun sintomo, non apparire "malato". Allo stesso modo è vero che è possibile verificare l'avvenuto contagio, e quindi affrontare l'ansia dovuta al dubbio e al sospetto di essersi ammalati, sottoponendosi al test HIV. Il test si esegue con un semplice prelievo di sangue e con il consenso dell'interessato, può essere anonimo ed essere eseguito senza richiesta medica semplicemente rivolgendosi presso le ASL o i centri di malattie infettive degli ospedali della propria città. Naturalmente il referto potrà essere ritirato soltanto dalla persona interessata o da una persona di fiducia da lei delegata. Dal momento dell'eventuale infezione alla comparsa effettiva degli anticorpi, rilevabili con il test, possono trascorrere da 4 a 6 settimane fino a 6 o 8 mesi; dopo questo periodo quindi il test è attendibile. Normalmente si consiglia di eseguire il test subito dopo l'episodio a rischio e di ripeterlo dopo 3 e dopo 6/8 mesi. Teoricamente in questo periodo si è potenzialmente infettati ed è bene non donare sangue o sperma ed utilizzare il preservativo nei rapporti sessuali. Nel tuo caso è trascorso sufficiente tempo per avere risposte a qualunque domanda. Può essere molto difficile e sicuramente molto spaventoso sottoporsi al test, può immobilizzarci l’idea di una realtà che a volte non vogliamo neanche sentire nominare, può terrorizzarci anche solo il pensiero della malattia e delle terribili conseguenze che possiamo immaginare. Eppure il non sapere, il dubbio, può diventare un tormento altrettanto insopportabile che ci impedisce di muoverci con disinvoltura, di essere tranquilli con noi stessi, di viverci spontaneamente nei rapporti con gli altri. Proprio quando si decide di sottoporsi al test si ha modo di fare i conti con i propri pregiudizi, con l’idea di colpa o di punizione che magari anche noi associamo alla sieropositività, con la tendenza che possiamo scoprire anche in noi a prendere le distanze da una realtà che preferiamo fingere non esista. La nostra storia ci può portare a dover affrontare questa situazione ed è allora bene poter decidere di conoscere la propria realtà perché solo così si ha modo di poterla affrontare, qualunque essa sia, abbandonando i dubbi e smettendo di farsi ossessionare da sensi di colpa, da rabbie o sospetti. Se invece ti sei sottoposto al test nei tempi indicati direi che è per te possibile abbandonare ogni timori e adottare invece, sempre con maggiore decisione, le attenzioni necessarie per prevenire il possibile contagio perché questo è l'unico strumento che abbiamo a disposizione per poter vivere pienamente la nostra sessualità senza caricarla di ulteriori fantasmi. Ancora una cosa. Sei in contatto con la ragazza? Hai provato a parlarle? A volte le voci creano leggende e le leggende prendono forma in noi e diventano vere.

dott.ssa Pavla Moravcová

Domanda:

Sono ossessionata dalla paura di prendere questa malattia. Mi chiedo se un contatto di una frazione di secondo con una persona sieropositiva che ha una ferita recente anche se non sanguinate può essere realmente rischioso? E se anch’io ho la pelle screpolata? Cerco di stare sempre molto attenta ma temo di non fare abbastanza.

Risposta:

Capita a tutti di provare un certo timore per la propria salute quando si viene a contatto con l'aids ed in generale con le malattie infettive e questo timore può diventare una vera è propria paura quando non si è adeguatamente informati. Nonostante le tante campagne informative e la maggiore conoscenza dell'aids le persone hanno ancora molti dubbi circa le possibilità di trasmissione e i comportamenti utili per la prevenzione e dove la nostra testa non ha abbastanza informazioni inizia a riempire i buchi con quello che conosce o ha sentito dire e ad elaborare così interpretazioni ragionevoli delle realtà che rischiano di sfuggirgli di mano. Proverò a risponderti ma ti invito a rivolgere le domande anche agli esperti dell'area medica per maggiori chiarimenti. Affinché avvenga la trasmissione del virus è necessario che ci siano contatti diretti sangue-sangue. La pelle, oltre a segnare i nostri confini fisici, è un rivestimento che protegge l’organismo anche dai virus e quindi non si corre nessun rischio se una goccia di sangue infetto viene a contatto con la pelle intatta (anche le screpolature non permettono un contatto diretto del sangue). Le ordinarie precauzioni per evitare scambi di batteri e virus (non utilizzare in comune strumenti che possono causare abrasioni, ferite o punture: rasoi, lamette, spazzolini da denti, forbicine...) sono più che sufficienti per convivere nello stesso ambiente di un malato di aids o di una persona sieropositiva. L'ANLAIDS dichiara che non si e' mai verificato alcun caso di infezione da HIV a seguito di normale condivisione di ambienti di vita. Dopo anni di osservazione in famiglie, case di cura, centri di accoglienza e comunità terapeutiche che ospitavano persone sieropositive, l'ANLAIDS afferma che la semplice convivenza con soggetti portatori del virus non comporta alcun rischio di contagio. Ciò vale per strette di mano, abbracci, carezze, baci e per qualsiasi contatto affettivo, familiare, sociale, esclusi i rapporti sessuali. Né l'infezione può trasmettersi attraverso starnuti, colpi di tosse, urine, feci, vomito, lacrime, ecc. Naturalmente il discorso è diverso in situazioni limite dove e' possibile ferirsi, come in ambiente ospedaliero o in casi di soccorso per incidente stradale, dove e' quindi bene usare precauzioni (es. guanti) evitando il più possibile il contatto con il sangue. Vivere con le persone malate di Aids o le persone sieropositive è possibile, i legami affettivi esistenti possono continuare ed il rischio di comprometterli può essere eliminato informandosi e confrontandosi, nuovi legami possono nascere con persone malate, e le relazioni sono più che possibili. Un certo timore difensivo è una reazione istintiva che ha diritto di essere ma che non deve essere alimentato diventando fobia o ossessione. In questo caso siamo noi a perdere, siamo noi che diventiamo eccessivamente timorosi e ci allontaniamo non soltanto dalla possibilità del contagio ma anche da quella del contatto. Non sto dicendo di non essere cauti, ma di continuare ad informarsi, di fare ancora milioni di domande, di leggere le numerose pubblicazioni che trattano dell'argomento, di chiedere chiarimenti direttamente alle persone malate o sieropositive se sono tra i nostri amici e conoscenti, ma di non negarsi la possibilità di incontrare chi viene verso di noi, di non chiudersi, nell'idea di proteggersi, in un isolamento che rischia di far vivere tutto come minaccioso. Molta informazione quindi, raccogliamo tutte le informazioni necessarie e prepariamoci ad una vera stretta di mano.

dott.ssa Pavla Moravcová

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